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Pur con tutto il rispetto, e anche la comprensione, che merita Angelino Alfano, di cui un giorno sì e l’altro pure si reclamano le dimissioni da ministro dell’Interno come se bastasse la sua rimozione per sciogliere tutti i nodi italiani, non si capisce com’egli possa negare il carattere politico della decisione presa dal governo su Roma. Dove il prefetto Franco Gabrielli è stato mobilitato perché, nell’esercizio delle sue funzioni, costituisca con il pericolante e controverso sindaco Ignazio Marino quella che Francesco Rutelli, ex sindaco della Capitale, ha definito la riesumazione del “consolato” a due di duemila anni fa.

Solo la reticenza, o la paura, può spiegare il tentativo di negare il carattere politico di ciò che viene discusso e deciso in una sede che più politica non potrebbe essere come il Consiglio dei Ministri. Non vi è nessuna tecnicità nel gonfiamento della figura del prefetto di Roma, specie quando lo stesso prefetto si trova indicato su parecchi giornali, per informazioni ricevute da fonti di partito, cioè politiche, come il più probabile candidato sindaco del Partito Democratico alle prossime elezioni capitoline. Alle quali invece Marino, anche a scandalo scoppiato con le indagini giudiziarie chiamate Mafia Capitale, assicurava di volersi riproporre, sicuro di rimanere al suo posto sino al 2023. Immersioni permettendo, naturalmente, nelle acque dei Caraibi o altrove, anche in quelle di Anzio suggeritegli da Rutelli per restare relativamente vicino al Campidoglio, come faceva lui con i bagni quando guidava la Capitale.

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Al reclutamento dei vecchi e nuovi antiberlusconiani, promosso dal Fatto Quotidiano per contestare la tesi di Matteo Renzi di una responsabilità comune di Berlusconi e dei suoi avversari per i vent’anni perduti della cosiddetta Seconda Repubblica, non si sono sottratti l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema e l’ex ministro iperprodiano della Difesa Arturo Parisi.

Ma la partecipazione di D’Alema non è per niente piaciuta agli arruolatori, che in pratica gli hanno rimproverato tutte le omissioni che, secondo loro, avrebbero caratterizzato la sua azione di segretario dell’ex Pci e di presidente del Consiglio. Furono peraltro gli anni in cui, impegnato come presidente della Commissione bicamerale con il sostegno di Silvio Berlusconi nella riforma della Costituzione, D’Alema si vide storpiato il suo nome, che divenne Dalemoni. Così come Renzi, d’altronde, nei mesi del cosiddetto Patto del Nazareno, ma anche dopo, nonostante la rottura di quell’intesa con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, si sente chiamare Renzusconi, o celebrato da Giuliano Ferrara come il “Royal baby” nato nei pressi di Firenze ma svezzato e cresciuto ad Arcore.

Parisi invece è stato bene accolto dai cultori dell’antiberlusconismo, anche se è stato il più tranciante nello stigmatizzare un certo tipo di antiberlusconismo ricordando che esso è praticamente servito solo a coprire le divisioni della sinistra sui problemi di governo. Divisioni che sono state la causa vera del fallimento delle coalizioni di centrosinistra, sia nella versione dell’Ulivo sia in quella dell’Unione, entrambe rappresentate a Palazzo Chigi da Romano Prodi per non più di due anni ciascuna.

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Strepitoso. E’ stata finalmente scoperta in Germania la fonte ispiratrice della potente cancelliera Angela Merkel, i cui contestatori hanno trasformato il suo nome nell’omonimo verbo, con la n aggiunta alla l, per accusarla di non decidere, di rinviare, di tergiversare. Come faceva in Italia nei suoi anni d’oro – hanno subito tradotto i soliti specialisti di casa nostra – Giulio Andreotti. Che, in verità, accreditò questa rappresentazione del suo modo di governare reagendo alle critiche e ai disegni di crisi dell’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita dicendo da Palazzo Chigi che “è meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Chissà che battuta avrebbe riservato a questo paragone con la Merkel il “divo Giulio”, che peraltro dei tedeschi riunificati non era entusiasta, diversamente da tanti colleghi di partito, piacendogli “tanto” la Germania da “preferirne due”.

La reticenza al potere

Pur con tutto il rispetto, e anche la comprensione, che merita Angelino Alfano, di cui un giorno sì e l’altro pure si reclamano le dimissioni da ministro dell’Interno come se bastasse la sua rimozione per sciogliere tutti i nodi italiani, non si capisce com’egli possa negare il carattere politico della decisione presa dal governo su Roma. Dove il prefetto Franco…

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