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La testa già nei listini, gli occhi sulla Camera. L’agosto di Poste Italiane non sarà lo stesso dell’anno scorso. Quest’anno ci sono novità importanti all’orizzonte del gruppo guidato dall’amministratore delegato Francesco Caio. Da una parte infatti c’è il quasi imminente sbarco in borsa, previsto per l’autunno e il cui timing è stato confermato in queste settimane dal presidente di Poste Luisa Todini.

Quotazione resasi necessaria sia per portare il gruppo a un livello di competitività globale superiore, sia per permettere al Tesoro di fare cassa con la vendita di una quota di minoranza del gruppo pubblico.

Dall’altra parte però, e veniamo alle cose meno belle, c’è un lavoro di fino portato avanti in queste settimane da Caio nei confronti delle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera, chiamate ad esaminare il ddl concorrenza che prevede, tra le altre cose, la fine del monopolio di Poste nel servizio dei recapiti degli atti giudiziari e delle multe e che frutta ogni anno al gruppo circa 300 milioni di euro. L’Antitrust ha infatti fatto notare come gli attuali prezzi di recapito siano 4 o 5 euro superiori a quelli praticati nel mercato libero, suggerendo quindi al governo di liberalizzare il settore e abbassare quindi i prezzi. Perché stando così le cose, le Poste finiscono per guadagnare più del dovuto visto il prezzo maggiorato rispetto ai partner europei.

Ma che c’entra tutto questo con lo sbarco in Borsa? C’entra, perché più volte lo stesso Caio ha messo in guardia dai possibili rischi per il gruppo e per il suo piano industriale proteso alla quotazione, qualora non si rinnovasse la cosiddetta “riserva legale” fino al 2019. Il decreto prevede infatti l’apertura del mercato a partire dal 2016. Il timore di Caio, che ha chiesto una proroga della riserva al 2019, è che uno stravolgimento delle regole in corsa, ossia mentre il management del gruppo è impegnato al 100% nella quotazione, possa essere nocivo sia per Poste stessa, che si vedrebbe da una parte privata di 300 milioni, dall’altra ci sarebbero effetti nefasti sugli investitori, proprio mentre il gruppo è impegnato nel cercare il giusto appeal. Insomma, per Caio e soci sarebbe un guaio.

La scorsa settimana le commissioni Finanze e Attività produttive si sono riunite tra le due e le tre volte per discutere del ddl concorrenza e del contratto di programma 2016-2019 che porta in seno la riserva sui recapiti. Ma le commissioni non hanno fatto in tempo a concludere l’esame, che riprenderà immediatamente ai primi di settembre per poi approdare in Aula (la prima seduta della Camera post vacanze è per l’8 settembre).

Il Governo nei giorni scorsi avrebbe dato rassicurazioni al gruppo sui recapiti, assicurando in ogni caso un sostegno a Poste in caso di perdita del monopolio. A cominciare dai 260 milioni sbloccati per il sostegno al servizio universale. Nell’esecutivo però non tutti la pensano allo stesso modo, con il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, propensa ad un’apertura del mercato dei recapiti. Chi invece si è schierato a favore di Caio è stata Confindustria che lo scorso giugno, come riportato da Formiche.net, ha suggerito al governo di non abolire la riserva; diversa invece l’idea della federazione confindustriale Fise che riunisce gli operatori privati del settore.

La partita è ancora da giocare.

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