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La Siria rappresenta uno dei teatri principali in cui la Russia ha cercato di affermare il proprio status di grande potenza. L’intervento del 2015, parallelo alle operazioni in Crimea e Donbas, è stato raccontato come una scelta di una super potenza responsabile, in grado di confrontarsi con le minacce globali — nello specifico il terrorismo jihadista, perché l’intervento in Siria a sostegno del sanguinario regime assadista è stato raccontato come una scelta di responsabilità davanti alla consolidazione dello Stato islamico, rappresentando tutta l’opposizione come appartenente al mondo dell’estremismo terrorista. Per questo gli ultimi sviluppi sul terreno evidenziano i limiti di Mosca nel sostenere Bashar al Assad, lasciando spazio a dubbi sulla sua capacità di mantenere il controllo di un alleato strategico in un momento cruciale (e per questo i gruppi che in questi ultimi giorni hanno guadagnato il controllo di diverse aree siriane sono impegnati anche in un processo di accountability per evitare che la propaganda di Mosca li racconti come brutali jihadisti, usando questo proxy narrativo anche per proteggere le proprie debolezze).

La posizione della Russia in Siria non è solo militare, ma anche simbolica. Le basi di Tartus e Hmeimim rappresentano l’infrastruttura della proiezione di potenza russa nell’Indo-Mediterraneo. La Siria è un nodo centrale nell’espansione geopolitica di Mosca, un asse che (in ottica macro) collega l’Artico, il Mar Nero e appunto l’IndoMed. La perdita di influenza in Siria significherebbe non solo un colpo diretto alla strategia russa, ma anche un indebolimento della narrativa di Mosca come attore internazionale capace di costruire un’infrastruttura geopolitica globale, anche sostenendo alleati discutibili, come appunto Bashar el Assad.

Dal 2015, quando la Russia è intervenuta per evitare il crollo del regime siriano, Mosca ha cercato di bilanciare la stabilizzazione del territorio con il mantenimento di una presenza che rafforzasse la sua posizione internazionale. Tuttavia, il suo coinvolgimento in Ucraina ha ridotto le risorse disponibili per la Siria, con il ritiro di migliaia di soldati dal Paese dopo l’invasione su larga scala del 2022.

La Siria è uno spazio dove gli equilibri regionali e globali si intersecano. Per la Russia c’è infatti da gestire anche gli interessi della Turchia, coopetitor che Putin non vuole scontentare troppo. Il vuoto lasciato dalla riduzione dell’impegno russo e dall’indebolimento iraniano rappresenta per Ankara un’opportunità per rafforzare la propria influenza nel nord del Paese — complice anche la volontà americana di mantenere soft il coinvolgimento. Recep Tayyp Erdogan vede nella Siria sia una minaccia – rappresentata dai curdi dell’YPG – sia un’opportunità per consolidare il ruolo turco in Medio Oriente. Ma anche Ankara deve muoversi con cautela: il rapporto con la Russia, pur pragmatico e transazionale, è cruciale per evitare un confronto diretto.

Il destino del regime di Assad rimane comunque profondamente incerto. Se da un lato la fragilità del suo governo è storicamente nota, dall’altro il suo isolamento attuale è il risultato della mancanza di una strategia di state-building da parte della Russia. Mosca ha dimostrato abilità nell’utilizzo della forza militare per garantire la sopravvivenza del regime, ma non è riuscita a costruire un sistema politico stabile e sostenibile. Questo fallimento, unito alle pressioni interne ed esterne su Assad, mette in discussione la capacità della Russia di mantenere il controllo su uno dei suoi alleati più importanti.

Questa situazione è un riflesso della crescente debolezza russa sullo scacchiere globale? Al di là di azioni di marketing geopolitico (come il  rafforzamento di alcune partnership con regimi golpisti in Africa, o le manovre simboliche nel Mediterraneo e nell’Indo-Pacifico) il conflitto in Ucraina rischia di evidenziare i limiti della capacità di Mosca di sostenere contemporaneamente più fronti, e le risposte della Russia agli ultimi sviluppi in Siria sono state sorprendentemente apatiche. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, si è limitato a dichiarare che le autorità siriane devono “riportare ordine e ristabilire l’ordine costituzionale il prima possibile”.

Nonostante le difficoltà, è però improbabile che la Russia e, con interessi simili ma diversi, l’Iran, abbandonino del tutto Assad. Entrambi hanno investito miliardi nella guerra siriana – Teheran in misura significativamente maggiore – e per loro la perdita di Damasco rappresenterebbe un fallimento strategico di portata spaventosa. La presenza di forze russe e iraniane sul territorio, anche se ridimensionata, dimostra la volontà di continuare a sostenere il regime. Negli ultimi giorni, i caccia russi di stanza a Hmeimim hanno intensificato i bombardamenti su Idlib, segnalando che Mosca non intende perdere il controllo dell’area, pur con risorse più limitate.

La storia recente d’altronde mostra infatti che sottovalutare gli interessi russi e iraniani in Siria è un errore. Entrambi gli attori sono stati capaci di mobilitare forze disparate per sostenere Assad, e lo faranno ancora, anche se con risorse ridotte. Tuttavia, il quadro generale suggerisce che Mosca e Teheran non saranno in grado di replicare lo stesso livello di supporto garantito un decennio fa.

In Siria, la Russia si trova dunque davanti a un test cruciale. Fallire nel mantenere il controllo su Assad non significherebbe solo perdere influenza in Medio Oriente, ma anche compromettere la sua immagine di grande potenza. Come ha osservato una fonte che analizza le dinamiche internazionali, nel 2008 si credeva che la Russia si sarebbe fermata alla Georgia; nel 2014 alla Crimea; nel 2015 alla Siria; e nel 2022 all’Ucraina. “Ogni volta si è ritenuto che a Putin bastasse una dimostrazione. Tuttavia, Mosca continua invece a dimostrare che la sua strategia non si arresta mai, nonostante le sue debolezze intrinseche. Eppure, ogni volta si arena, confermando che lo storytelling costruito attorno a certe azioni supera di gran lunga i risultati concreti”.

“So che sto insistendo, ma la Russia non dovrebbe essere considerata una grande potenza”,’ commenta Colin Clarke, direttore della ricerca del Soufan Group. “Sì, ha petrolio, gas e armi nucleari, ma diciamoci la verità: Mosca riesce a malapena a sostenere un dittatore da quattro soldi come Assad, schierato contro un gruppo di ribelli disorganizzati, che controlla una larga fetta di territorio siriano”. La Siria è quindi il banco di prova definitivo per la capacità russa di proiettare potenza globale, in un momento in cui le sue risorse sono sotto pressione e la sua credibilità è messa in discussione? Mosca rischia di trasformare il suo coinvolgimento in Siria nell’ennesima dimostrazione dei limiti della sua influenza.

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