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Da diversi anni ormai governi e politici di tutto il mondo hanno fatte loro – a parole – alcune delle battaglie considerate un tempo appannaggio dei verdi. Tra queste c’è la lotta al riscaldamento globale, con annesso impianto retorico, immagini apocalittiche, sensi di colpa per essere complici nella distruzione del mondo e redenzione ottenuta ricordandosi di spegnere la luce e ricoprendo ettari di terreno con pannelli solari. Quando la politica è in difficoltà parla di global warming, e subito risulta simpatica a giornalisti, opinionisti e popolo.

Ecco perché la notizia dell’accordo al G7 sul clima è stato salutato da aggettivi come “importante”, “ambizioso” e “rivoluzionario”: ridurre le emissioni di gas serra entro il 2050 in modo da fermare a 2 gradi l’aumento delle temperature globali e abbandonare del tutto i combustibili fossili entro il 2100. Ambizioso lo è indubbiamente, di certo nessuno dei leader che si sono accordati tra loro in Germania ne risponderà, e pochi di noi lo vedranno compiuto: sul clima da almeno un paio di decenni si va di rinvio in rinvio, senza che l’accordo precedente venga rispettato (tanto ce ne sarà poi un altro), e si spendono un sacco di soldi senza risultati apprezzabili. Al G7 si è parlato di 100 miliardi di euro per aiutare i paesi in via di sviluppo a crescere senza utilizzare i compustibili fossili, ma nessuno ha ancora spiegato come, quando e da dove recuperarli.

Se il metodo non dovrebbe più quasi fare notizia, a stupire ogni volta sono però la sicurezza dei capi di Stato di turno – che parlano di abbassare le temperature come se disponessero di un termostato mondiale con il quale regolare il freddo e il caldo del nostro pianeta – e la pressoché totale acriticità con cui tali promesse vengono accolte: se un politico dice che tra un anno abbasserà le tasse la maggior parte delle persone non gli crederà, ma se promette che tra 35 anni abbasserà la temperatura a pochi viene il dubbio che stia bluffando. L’accordo dei sette leader mondiali in Germania era la notizia del giorno, anche se qualcuno notava (lo ha fatto ad esempio Stefano Agnoli sul Corriere, parlando di “scollamento con la realtà”) che appena quattro dei dieci paesi che producono più gas serra fanno parte del G7, e che di questi buoni propositi sono piene le fosse dei governi occidentali dell’ultimo trentennio. A dicembre a Parigi si terrà il summit delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, e la sensazione è che i delegati arriveranno come sempre carichi di ideali per poi andarsene (a bordo di inquinanti aerei) pieni di promesse che non metteranno in pratica prima del summit successivo.

Ecco perché in fondo a molte analisi dell’accordo raggiunto al G7 si parlava di “valore simbolico”, di segnale dato agli altri stati e di monito alle potenze che ancora inquinano e non intendono smettere se non con vaghe promesse. In altre parole, fuffa. Su siti e giornali si leggeva che nel 2050 non farà troppo caldo e che nel 2100 non useremo più il carbone. Come se avessimo letto il programma del Partito democratico per le elezioni del 2045.

Leggi l’articolo integrale su Il Foglio

Tutti i sogni ambientali dell'ultimo G7

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