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Veneto e Liguria. E’ lì che si annidano le sfide più difficili per Matteo Renzi, è lì che il centrodestra è chiamato in un caso a confermare la sua storica leadership a trazione leghista, nell’altro a provocare quel ribaltone che avrebbe serie ripercussioni sul governo nazionale. E se in Liguria è il Pd a giocarsi la partita decisiva, perché a Genova e dintorni si terranno le prove generali di una coalizione antirenziana di sinistra, in Veneto il problema è nell’opposto schieramento, dato che occorrerà testare la capacità di mobilitazione elettorale dell’ex leghista Flavio Tosi.

NEL VENETO VALE L’USATO SICURO

Probabilmente la scissione tosiana non sortirà l’effetto sperato, quello cioè di fare perdere il governatore leghista Luca Zaia. E neanche l’uscita di alcuni fittiani da Forza Italia, guidati dal consigliere regionale Leonardo Padrin, sembra poter spostare di molto l’asticella. Non sono bastate neppure le polemiche sui fondi alle coop elargiti in maniera un po’ troppo allegramente dalla Regione – secondo alcuni osservatori – dato che là dove dovevano sorgere opere sociali sono invece spuntate attività economiche come una birreria. Oppure qualche articolo del Fatto Quotidiano contro Zaia, i pacchi di pasta regalati dall’assessora azzurra Elena Donazzan con relativo putiferio sui social, l’eterna scissione degli autonomisti in ordine sparso a sostegno di diversi candidati. Niente da fare, per scalfire il potere di Zaia non basta tutto questo. O almeno così dicono i sondaggi.

LA MORETTI CE L’HA MESSA TUTTA

Ad Alessandra Moretti va dato atto di averci messo la faccia, di aver macinato migliaia di chilometri per visitare centinaia di comuni veneti, di essersi dimessa da eurodeputata per poi candidarsi, segnale questo di non poco conto. Ha pure dovuto incassare quell’ipotesi 6-1 vagheggiata da Renzi sull’esito complessivo delle elezioni, ipotesi in cui (ovviamente) l’unica regione che il premier dava (e dà) per persa è proprio il Veneto. Poco importa se poi Renzi abbia cercato di calibrare meglio il discorso e si sia speso girando per un giorno la regione con l’amica “Ale” fino a farsi immortalare per alcuni minuti alla guida di un’auto auto con lei durante un breve tragitto. In Veneto non tirano venti che annunciano chissà quali cambiamenti. Alcuni scivoloni della Moretti non hanno poi aiutato: dalla firma sia di petizioni pro-life (come quella del Forum delle famiglie) che di quelle promosse da associazioni del mondo lgbt, alla polemica tutta grillina sugli assistenti dei parlamentari veneti del Pd impiegati in campagna elettorale, fino a quella fatidica videointervista su CorriereTv sulla passione per la ceretta che le è valsa l’appellativo di “Ladylike”, gaffe che nemmeno gli abilissimi spin doctor di Dotmedia sono riusciti a recuperare del tutto.
Se i primi due posti sono già assegnati, il terzo è meno scontato. E qui sta la vera battaglia di Tosi, quella cioè di superare il Movimento 5 Stelle che candida Jacopo Berti. Non sarà facile, e se il sindaco scaligero non ci riuscisse, il quarto posto nel suo Veneto non sarebbe un buon viatico per una scalata al centrodestra nazionale.

LA LIGURIA CROCEVIA DELLA SINISTRA

Dato per perso il Veneto, Renzi non può permettersi di lasciare invece la Liguria al centrodestra. Motivo per cui si è speso in prima persona per la sua candidata Raffaella Paita, la quale chiuderà oggi la campagna elettorale scortata dalle quattro “amazzoni” del Pd renziano: i ministri Maria Elena Boschi, Marianna Madia e Roberta Pinotti e la governatrice friulana nonché vice segretaria dem, Deborah Serracchiani. Per tentare di ricucire con quella sinistra, soprattutto genovese, che alle contestatissime primarie ha votato per Sergio Cofferati, la Paita ha dedicato gli ultimi giorni di campagna elettorale a presidiare zone storicamente rosse come la vallata del Polcevera. Ieri, ad esempio, ha fatto capolino a Pontedecimo il leader della minoranza dem di Area Riformista, ed ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. Oggi sarà la volta di Pier Luigi Bersani. Artefice di queste operazioni, nelle quali è coinvolto anche il ministro spezzino Andrea Orlando, avversario interno della Paita, è stato il segretario regionale Giovanni Lunardon, che dopo aver sostenuto Cofferati ha poi giurato fedeltà alla candidata renziana.
Ma la sinistra genovese in primis, quindi ligure, è spaccata: l’operazione cofferatian-civatiana di candidare in chiave antirenziana il deputato (e pure sindaco di Bogliasco) Luca Pastorino è un primo esperimento in alternativa del Pd da sinistra. Fa molta più paura dello strappo di Tosi in Veneto, perché in Liguria la forbice tra dem e centrodestra è molto più stretta, grazie anche alla massiccia campagna elettorale messa in piedi dal candidato berlusconiano Giovanni Toti. Pure la Cgil s’è trovata divisa al suo interno: con Paita o Pastorino? Quest’ultimo nel frattempo ha incassato anche il sostegno del sindaco di Genova, Marco Doria.

ATTENTI AI GRILLINI

In Liguria, come altrove. Ma a Genova, casa di Beppe Grillo, serve un occhio di riguardo. Perché il Movimento 5 Stelle, meno considerato dai media dato che non vanta al suo interno nomi altisonanti, da quelle parti non scherza proprio. La sua candidata Alice Salvatore ha le carte in regola per ottenere un buon risultato, al netto di polemiche interne come quella di Imperia, dove il gruppo consiliare non esprimerà preferenze per alcun candidato grillino al consiglio regionale ma solo un voto alla lista e alla Salvatore, in polemica con la decisione di fare correre alcune persone non prive di qualche ombra.

Finisce la serie dei tre approfondimenti politici sulle regioni al voto. Qui l’articolo su Puglia e Campania, qui quello su Toscana, Umbria e Marche.

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