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E’ festa grande per le strade di Istanbul e di Dyarbakir. Dopo più di un decennio di potere incontrastato il partito islamico del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan (AKP) ha perso la maggioranza in Parlamento. Il leone è stato ingabbiato grazie all’ascesa del partito curdo per la Democrazia Popolare (HDP) che, superando la soglia del 10%, si è aggiudicato circa 80 seggi. Festeggia il suo giovane leader, Selahattin Demirtaş, e con lui tutti gli oppositori non-curdi di Erdogan che hanno votato compatti per evitare di far scivolare la Turchia lungo la china di una drammatica dittatura islamica, mascherata da democrazia.

Nonostante le minacce e gli arresti di massa, i turchi laici hanno votato contro Erdogan e il suo entourage, che, pur confermandosi primo partito con circa il 40% dei consensi, non ha i seggi necessari per governare né per cambiare la Costituzione a immagine e somiglianza del suo leader. Erdogan si vede sfilare il suo sogno sotto il naso: quello di trasformare la Repubblica turca fondata da Kemal Ataturk in una Repubblica presidenziale, costruita attorno al culto della sua personalità.

Ma non c’è una sola Turchia. La Turchia è fatta di tante Turchie, e quella di Erdogan ha perso la sua maggioranza. Complice l’economia che non fa più faville, e anche l’irrigidimento delle politiche dell’AKP nei confronti di tutti coloro che sono lontani dal verbo islamico del “caro leader”. Il messaggio che esce dalle urne turche è forte e chiaro: la maggioranza degli elettori (che sono più di 50 milioni) non vuole la Repubblica di Erdogan. Per l’uomo che solo fino a qualche giorno fa si sentiva onnipotente è uno schiaffo pesantissimo.

Adesso si profilano elezioni anticipate in autunno. Sarà difficile allestire una coalizione di governo. I curdi hanno già fatto sapere che non scenderanno a patti col presidente-sultano. Stessa cosa i laici del partito repubblicano (CHP), che però, in cambio di posizioni-chiave, potrebbero considerare un appoggio esterno a Erdogan assieme ai nazionalisti del MHP.  Ipotesi sul tavolo, ma difficilmente concretizzabili. Dopo una campagna elettorale feroce, in cui Erdogan ha puntato tutto a spaccare il Paese polarizzandolo, è difficile che adesso i suoi oppositori possano negoziare con lui una tregua.

La Turchia democratica ha alzato la testa. Il sultano Erdogan non se lo aspettava, anche se lo temeva. Ora è in gabbia ed è sempre più isolato a livello internazionale. Reagirà con vigore come è solito fare, ma dopo il voto del 7 giugno le sue zampate sono destinate a essere sempre più deboli. Dopo tredici anni di dominio incontrastato, la stella dell’AKP ha cominciato la sua fase cadente. E’ l’inizio della fine di un’epoca. E’ una nuova opportunità per la rinascita e il rafforzamento della democrazia turca, di cui l’Europa e la Nato hanno un gran bisogno.

Turchia, scacco matto a Erdogan

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