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Il G7 dei ministri degli Esteri che si apre domani a Fiuggi sarà l’ultimo atto della presidenza italiana prima di passare il testimone ai canadesi, che avranno il compito di coordinare questo forum nel 2025.

Si tratta di una conclusione opportuna di questo anno dopo il summit pugliese di Giorgia Meloni per almeno due motivi.

Innanzitutto perché, senza nulla togliere alle riunioni ministeriali che si sono aggiunte negli ultimi anni (financo quella del Turismo che è stata inserita proprio per volere del governo italiano), il “cuore” del G7 è rappresentato, oltre che dai vertici dei leader, dalle riunioni Esteri e Finanze. Tuttavia, quest’ultima in anni recenti ha perso un po’ di rilevanza dal momento che il potere economico a livello globale è oggi distribuito in maniera decisamente più omogenea rispetto alla prima riunione a Sei di Rambouillet nel 1975 e non è più concentrato nelle mani dell’Occidente, mentre il peso in termini strategici e difensivi (grazie alla Nato e agli Stati Uniti) del G7 nelle due versioni capi di governo e ministri degli Esteri è ancora in grado di giocare un ruolo primario.

Il secondo motivo è legato al tempismo rispetto alla agenda internazionale che i ministri degli Esteri del G7, coordinati dal padrone di casa Antonio Tajani, si troveranno a discutere. La congiuntura attuale è infatti particolarmente critica e, con l’imminente cambio al vertice negli Stati Uniti, con una Germania indebolita dalla crisi di governo aperta dal cancelliere Olaf Scholz, e con Francia, Regno Unito e Canada alle prese con una strisciante debolezza di leadership interna, per l’Italia sarà un’occasione per cercare di mantenere l’Occidente unito riaffermando una serie di principi e convinzioni rispetto alle quali nessun membro del G7 può pensare di tirarsi indietro.

Il tema principale, tornato prepotentemente a dettare l’agenda internazionale nelle ultime settimane, è la guerra in Ucraina. I timori per lo scoppio di una terza guerra mondiale che riunifichi in un solo conflitto le tante guerre regionali in corso, si sono riproposti dopo il lancio del nuovo ipersonico e quasi inarrestabile missile russo e l’aggiornamento della dottrina nucleare da parte di Vladimir Putin, oltre allo schieramento di soldati nordcoreani su un campo di battaglia europeo con il rischio che il conflitto si possa allargare anche a Paesi terzi più o meno vicini. La risposta “muscolare” di Mosca è avvenuta in seguito al via libera concesso a Kyiv da parte di Washington di utilizzare missili a lungo raggio, considerato da alcuni come il primo pericoloso salto in avanti verso un’escalation potenzialmente inarrestabile. In realtà, si tratta della volontà di Joe Biden prima di lasciare la Casa Bianca di rafforzare l’Ucraina in una posizione relativamente più solida ( magari con un tacito avallo dello stesso presidente eletto Trump che possa consentirgli maggiori possibilità di manovra tra i due contendenti) in vista di un possibile negoziato con la Russia nel 2025 che ormai tutti cominciano a vedere come uno sbocco obbligato dopo tre anni di logorante conflitto. Al G7, dunque, Tajani avrà il compito di riaffermare l’importanza del sostegno a Kyiv, cercando però di indirizzare il dibattito verso l’apertura di trattative che possano condurre a una conclusione della guerra che sia accettabile per l’Ucraina e l’Occidente intero.

C’è poi la questione del conflitto tra Israele e i suoi vicini, in primis Hamas e Hezbollah. La ministeriale G7 si svolge all’indomani del pronunciamento della Corte penale internazionale che ha convalidato il mandato di arresto per il premier Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant, scatenando in Italia un acceso dibattito più ideologico e politico che pratico tenuto conto che non sembra imminente una visita del presidente del Consiglio nel nostro Paese e che potrebbero essere messe in campo salvaguardie ad hoc per singolo viaggio, come avvenuto in passato in circostanze analoghe. Un provvedimento che ha fatto scalpore, sollevando anche accuse di antisemitismo nei confronti della Corte. In realtà, per gli addetti ai lavori non si è trattato di un fulmine a ciel sereno, dal momento che la richiesta era stata avanzata già a maggio, e siamo ancora ben lungi dal formulare una condanna nei confronti dei leader israeliani, che avverrà eventualmente al termine di un processo che potrebbe durare anni. Bene ha fatto dunque Tajani a ricordare la legittimità della Corte e della sua decisione per l’Italia (Paese aderente avendo ratificato nel 2002 lo Statuto di Roma che la istituì nel 1998), ma ricordando anche l’importanza di ponderare sia il piano giuridico che quello politico, il quale non consente di fare un’equiparazione tra i terroristi di Hamas e un Paese democratico come Israele. 

Al ministro (e vicepresidente del Consiglio) Tajani spetterà dunque in una ritrovata leadership italiana, almeno a livello regionale tra Europa, Africa e Mediterraneo, il compito di riaffermare i valori occidentali – fondati sul rispetto della democrazia e dei diritti umani – e l’importanza del diritto internazionale, da cui non si può prescindere per poter continuare ad avere un sistema multilaterale funzionante. Le spinte per distruggere questo sistema sono sempre più numerose, e spetta anche e soprattutto al G7 tentare di respingerle per garantire relazioni internazionali pacifiche e rispettose della reciproca sovranità degli Stati e un ordinato sviluppo economico a favore di Paesi meno fortunati, come immaginato nel Piano Mattei.

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