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Nessun “motivo tecnico”, dunque, induce a cambiare i vertici della Cdp un anno prima della scadenza del mandato. A chiarirlo, indirettamente, è stato oggi il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti. Nel corso del convegno delle fondazioni bancarie che si tiene a Lucca, il presidente dell’Acri e di Cariplo ha detto in sostanza che non ci sono “motivi tecnici” che “per forza” (i virgolettati sono di Matteo Renzi) obbligano l’esecutivo a rottamare il presidente di Cdp, Franco Bassanini, e l’amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini.

Ovviamente, dalle parole pronunciate da Guzzetti, non si scorgono critiche, e neppure tanto stupore, come quello che si evinceva dal comunicato della stessa Acri di giorni fa sulla stessa vicenda. Le 64 fondazioni che detengono il 18,4% della Cassa depositi e prestiti prendono comunque atto della volontà di Palazzo di Chigi di cambiare i vertici, anche se la governance di Cdp prevede che siano le fondazioni bancarie a indicare il presidente e non il ministero dell’Economia, che controlla la Cdp con l’80% ed esprime l’amministratore delegato.

Ha detto infatti Guzzetti a Lucca: “In queste ultime settimane la Cassa è stata oggetto di un’iniziativa da parte del governo”. Del governo, dunque non del ministero dell’Economia. Una certificazione di quanto da giorni si scrive sul ruolo tra l’atarassico e il defilato del Tesoro rispetto alla presidenza del Consiglio.

Qual è l’obiettivo di Renzi? Per la prima volta, ufficialmente e pubblicamente, una personalità che segue direttamente o indirettamente la questione fornisce qualche elemento in più al mercato, agli investitori, ai cittadini e ai risparmiatori su quanto da settimane si vocifera su Cdp. “Il governo – ha detto il presidente dell’Acri – intende rilanciare la Cassa depositi e prestiti a supporto della politica industriale”.

Ricapitolando. Non ci sono quindi “motivi tecnici” che “per forza” vincolano il governo a sostituire i vertici della Cdp (come invece asserito dal premier durante la trasmissione Porta a Porta). Bensì il governo vuole che la Cassa sia più ficcante di quanto faccia ora in termini di “politica industriale”, secondo le parole di Guzzetti.

Nei prossimi giorni, se il governo avrà tempo e voglia, si chiariranno i termini di questa nuova politica industriale. Le ipotesi, come ricostruito con analisi e indiscrezioni, possono essere diverse. Da un ruolo più incisivo su dossier tipo Ilva (col fondo salva imprese) e pure Saipem (tramite il fondo strategico Fsi), al nodo Export Banca (con relativi effetti e incognite su patrimonializzazione e prestiti), fino alla questione banda larga e Telecom. Mentre tra consulenti di Palazzo Chigi (in primis Andrea Guerra) e dirigenti del Tesoro si stanno monitorando gli effetti dei tassi bassi sui conti della Cdp, come si evince da un recente articolo del Corriere della Sera.

Dall’intervento odierno di Guzzetti, comunque non si notano atteggiamenti oltranzistici o critici, anzi piuttosto dialoganti e costruttivi, rispetto al forcing renziano sui vertici. D’altronde lo stesso presidente di Cdp, Bassanini, come detto indicato dalle fondazioni, non fa affatto resistenza.

Quindi le fondazioni hanno già dato l’ok a Claudio Costamagna come prossimo presidente della Cassa? C’è chi dice di sì. E come contropartita per lo smacco, e per la rottamazione degli equilibri attuali, le fondazioni avrebbero chiesto al governo una vicepresidenza, garanzie sui dividendi del 2015 e sugli investimenti. Si vedrà.

(CHI SI AGITA, E CHI NO, PER IL FUTURO DI CDP. LE FOTO PIZZIANE DEI PROTAGONISTI)

Nel frattempo fra esecutivo e sistema bancario il confronto su sofferenze, ipotesi bad bank e misure fiscali pro istituti non manca. Proprio oggi da Lucca, nel corso del convegno dell’Acri, il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, ha annunciato che il governo è “fermamente orientato”, a varare una misura per portare a un anno da cinque gli ammortamenti fiscali di svalutazioni di crediti.

“Dobbiamo creare anche un mercato delle sofferenze bancarie e non voglioamo e dobbiamo fare cose analoghe a quanto fatto in altri paesi”, ha spiegato Morando. L’Italia vuole evitare di incappare nel divieto di aiuti di Stato: “Non è aiuto se la garanzia è apposta a condizioni di mercato, se le cose vanno male la garanzia è esercitata e i contribuenti partecipano alle perdite”, secondo Morando. Costo della misura? Circa 3 miliardi di euro.

Anche le fondazioni bancarie avanzano qualche richiesta all’esecutivo: “Se la volontà del governo è il rilancio della Cassa, noi collaboreremo positivamente come abbiamo fatto in passato, affinché la Cdp sia un centro di propulsione e di sostegno dell’economia reale del Paese, ma l’obiettivo dei conti in ordine è premessa irrinunciabile”.

C’è una la richiesta da parte delle Fondazioni di una modifica statutaria per ottenere maggioranze qualificate nelle votazioni sulle delibere sulla destinazione degli utili e sulla distribuzione dei dividendi. Per gli enti di origine bancaria si tratta di un punto imprescindibile per continuare ad assicurare redditività al loro investimento nel capitale di Cdp. “Se il governo vuole rafforzare la Cassa troverà le Fondazioni propositive e collaborative”, ma “il dividendo è per noi una condizione inderogabile”.

Guzzetti e le fondazioni, dunque, hanno deciso di non guerreggiare con Renzi. Meglio non osteggiare con il governo.

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