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Il quarto round di negoziati fra le varie fazioni che si combattono da metà del 2014 in Libia sembra aver dato migliori risultati dei precedenti. I partecipanti si sono accordati su taluni principi-base, su cui dovrebbe fondarsi un governo di unità nazionale. E’ l’unica soluzione possibile per la stabilizzazione del paese. La vittoria di una delle parti, a parte che è improbabile, non la garantirebbe. Verosimilmente, la lotta continuerebbe sotto forma di una guerriglia, invincibile nell’immenso territorio, se non con i metodi impiegati da Graziani fra il 1920 e il 1930. Di riconciliazione è meglio non parlare. Richiederà generazioni.

La costituzione di un’unità nazionale presuppone che la comunità internazionale cessi di riconoscere come unico governo legittimo quello di Tobruk. Deve farlo anche con quello di Tripoli. Non può appoggiare solo una delle parti. Presuppone anche che i due raggruppamenti principali delle milizie non estremiste – “Dignità” di Tobruk e “Alba” di Tripoli – mantengano il controllo sulle variegate e complesse realtà di cui, formalmente, sono a capo e eliminino le fazioni più radicali. La loro frammentazione aumenta il caos rilevante, anche perché i vari gruppi continuano a mutare alleanze e programmi.

Un altro fattore che rende difficile un vero accordo sono le ingerenze esterne a favore delle varie fazioni. Quella di Tobruk, riconosciuta dalla comunità internazionale, ma dichiarata illegittima dalla Corte Suprema della Libia, è sostenuta dall’Egitto, dal fronte arabo conservatore e anche dalla Francia e dalla Russia. Quella di Tripoli, in cui è significativa la presenza della Fratellanza Musulmana, riconosciuta dalla Turchia e dal Qatar. Per l’Italia non si sa. Mantiene i piedi in due staffe. Sta nel mezzo. Appoggia il negoziato per il governo di unità nazionale promosso dall’ONU. E’ l’unica soluzione che ci fornirebbe un interlocutore per il controllo dell’immigrazione clandestina. Nel contempo, sostiene Tobruk, in nome della legalità internazionale. Lo fa forse perché all’Italia danno retta l’Egitto e la Francia, anche se i nostri interessi petroliferi sono soprattutto nell’Ovest del paese, controllato da Tripoli, area in cui l’ENI se la cava benissimo da solo.

La situazione è resa più complessa dalla presenza e personalità del generale Khalifa Haftar, e delle sue “sparpagliate” forze anti-islamiste dell’“Operazione Dignità”. Tripoli lo considera un traditore, ma il governo di Tobruk lo ha provocatoriamente nominato comandante delle sue forze armate solo qualche giorno fa. Ha come sponsor l’Egitto. Il Cairo lo utilizza anche perché Haftar non distingue fra i vari tipi di islamisti e potrebbe eliminare quanto resta della Fratellanza Musulmana in Libia. Persuaso di poter vincere, Haftar cerca di sabotare ogni accordo, che inevitabilmente lo metterebbe da parte.

E’ contraddittorio sostenere al tempo stesso Tobruk e i negoziati promossi dall’ONU per la formazione di un governo di unità nazionale. Ma l’Italia sembra non accorgersene.

Erdogan

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