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La situazione in Libia è ormai fuori controllo. Gli allarmi lanciati nei mesi scorsi, dal sottosegretario Marco Minniti e organi di informazione come Formiche.net, sono caduti nel vuoto ed ora sono tutti a versare lacrime di coccodrillo.

Appena arrivato alla Farnesina Paolo Gentiloni ha preso in mano il dossier e, meritoriamente, ne ha fatto la priorità della nostra politica estera. Non sorprende quindi che le sue considerazioni alle commissioni Esteri di Camera e Senato abbiano fatto rumore e destato l’attenzione dei media. L’eventualità di un intervento militare in Libia rappresenta una opzione cui però sottendono diverse condizioni, tutte ad oggi lontane. A spiegare benissimo quali sarebbero ci aveva già pensato lo stesso ministro in una intervista al Messaggero a dicembre scorso. Ecco cosa disse Gentiloni:

«L`Italia è pronta a fare la sua parte in Libia anche con interventi di peace-keeping per i quali occorre però un processo di pace guidato dall`Onu e in Libia non siamo ancora in quella fase. Serve un governo provvisorio, un percorso istituzionale verso un nuovo assetto che tenga assieme i moderati delle diverse parti in conflitto. Solo a quel punto sarà ipotizzabile una presenza di monitoraggio o peacekeeping».

Queste condizioni non ci sono. Peggio, salvo l’Italia ed i Paesi confinanti, la comunità internazionale sembra disinteressata ad una nuova iniziativa sul terreno. Il Paese sarebbe disponibile ad un intervento unilaterale come la Francia ha fatto in Centrafrica? Di più, se i nostri militari (anche con il casco blu) fossero impegnati in Libia quali obiettivi dovrebbero colpire con quale finalità? Quale autorità dovrebbe essere sostenuta? Ci schieriamo con il parlamento di Tobruk, vicino al regime dell’Egitto, o con quello di Tripoli influenzato dalla Fratellanza Musulmana? Il puzzle è davvero di difficile composizione.

La chiave di volta dovrebbe essere la missione diplomatica delle Nazioni Unite dove il governo italiano, prima dell’arrivo di Gentiloni, scelse di abdicare alla responsabilità della guida lasciandola allo spagnolo Bernardino Leon, bravissimo diplomatico ma rivelatosi sin qui del tutto inefficace. Il punto è: c’è ancora uno spazio utile di azione? A chi affidiamo la mediazione? Il governo si sta muovendo intensamente. Nelle settimane scorse il nostro ministro degli Esteri ha fatto molti incontri, anche riservati e non pubblicizzati. Ora, dobbiamo evitare di restare con il cerino in mano. E con la beffa di una guerra dichiarata, ma non combattuta.

Intervento in Libia? Gentiloni spiega perché non ci sarà (per ora)

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