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I carnevali si fanno evidentemente concorrenza. Soltanto i coriandoli, largamente sparsi nelle strade e piazze d’Italia in questi giorni di allegria, sono sinora mancati nell’aula di Montecitorio, dove le opposizioni tra di loro, e tutte insieme contro il governo, se le sono dette e date di tutti i colori per i sempre più controversi tempi e contenuti della riforma costituzionale. Che pure è l’ennesima tentata in più di trentacinque anni, quanti ne sono passati almeno dall’estate del 1979, quando l’allora segretario socialista Bettino Craxi pose con forza il problema della “grande riforma” affrancandolo dalla gogna dell’autoritarismo di destra in cui la sinistra era riuscita sino ad allora a confinare quel tema. Ne aveva fatte le spese, fra gli altri, il povero repubblicano Randolfo Pacciardi, declassato dalla mattina alla sera da valoroso antifascista, fattosi le ossa in terra spagnola contro il generalissimo Franco, ad una specie di nostalgico di Benito Mussolini solo per avere osato caldeggiare una Repubblica “presidenziale”. Che aveva peraltro fatto capolino anche nel dibattito all’Assemblea Costituente.

Quella proposta da Matteo Renzi, e sino a qualche giorno fa anche da Silvio Berlusconi, alle Camere non è una Repubblica presidenziale, continuando fra l’altro a contemplare l’elezione parlamentare del capo dello Stato, con le stesse procedure attuali, appena applicate con la salita al Colle di Sergio Mattarella, senza uno straccio di regole per il deposito delle candidatura, e con le Camere convocate come semplice seggio elettorale. Dove gruppi e singoli parlamentari possono addirittura lasciare le loro impronte nelle votazioni a scrutinio segreto con schede compilate in un certo modo: Sergio Mattarella, Mattarella Sergio, onorevole Mattarella, S. Mattarella, Mattarella S con punto, o senza punto, e via scrivendo. A sentirle leggere con puntualissima e dovuta precisione dalla presidente della Camera sembravano ad un certo punto diventate dei pizzini, che Mattarella, con la sua storia personale, cioè con un fratello ammazzato orribilmente dalla mafia, non meritava. Uno spettacolo che si spera venga risparmiato in futuro ai suoi successori.

Per quanto pasticciata e non traducibile in una Repubblica presidenziale, la riforma Renzi-ex Berlusconi sembra fare tantissima paura, quanta Mussolini ne provocò a suo tempo spingendo le opposizioni all’autorete del ritiro sull’Aventino, lo stesso evocato in questi giorni di fronte all’aula di Montecitorio disertata appunto dalle opposizioni dopo averla messa a soqquadro con fatti e parole.

Ma agli errori e alle esagerazioni delle opposizioni, vecchie e nuove, se ne aggiungono forse anche di più gravi, come quelli di un presidente del Consiglio che si sente sempre sotto “ricatto” ma, quanto a ricatti appunto, non scherza neppure lui. Sia quando rispolvera contro Berlusconi, come gli è stato attribuito, il linguaggio sinistro di Antonio Di Pietro, che da magistrato a Milano si proponeva al suo capo ufficio Francesco Saverio Borrelli di “sfasciarlo” come indagato accelerandone la caduta da presidente del Consiglio, nell’autunno del 1994. Sia quando scorre fra i banchi parlamentari prospettando come sbocco di una crisi le elezioni anticipate, non si sa bene a questo punto con quale legge. Elezioni le cui chiavi sono però solo nelle mani del capo dello Stato. Che non avrà probabilmente gradito vedersi o sentirsi tirato in qualche modo per la giacca, come non aveva gradito nei mesi scorsi Giorgio Napolitano preferendo alla fine dimettersi per dichiarato “affaticamento”.

Chi sono i veri responsabili delle tristi carnevalate sulle riforme

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