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Il primo marzo compirò settant’anni. Appartengo alla prima generazione della Repubblica italiana, quella che, grazie al Signore, ha potuto vivere settant’anni di ininterrotta pace e che, adesso, all’avvio dell’ultimo miglio di vita, sente spirare  forti e drammatici venti di guerra dalla vicina Libia.

La mia generazione è stata quella che ha attraversato la lunga stagione della democrazia italiana; i forti contrasti ideologici tra democristiani e comunisti vissuti sempre sul piano della correttezza e rispetto reciproci. E’ stata la generazione del tempo di Papa Giovanni XXIII, della Mater et Magistra e della Pacem in Terris , di Kennedy e di Kruscev. Per chi, come me, scelse fin da ragazzo l’appartenenza alla DC, è stata la generazione che ebbe la fortuna di conoscere uomini come Gonella, Scelba, Fanfani, Moro, La Pira, Andreotti, Marcora e Donat Cattin.

Da “DC non pentito” ho vissuto la fine ingloriosa della DC, che una sentenza a sezioni riunite della Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato “non essere mai stata sciolta giuridicamente”, e sperimentato la lunga attraversata nel deserto nel ventennio della seconda Repubblica sino al crepuscolo di questa terza che sembra nascere sotto il segno del trasformismo più indecente e in assenza di qualsiasi riferimento ideale.

Ho denunciato gli errori e le omissioni di Napolitano e l’indecente situazione di crisi istituzionale determinatasi dal novembre 2011 (dimissioni forzate del legittimo governo Berlusconi) e giunta sino all’elezione del Presidente della Repubblica con un Parlamento politicamente, se non giuridicamente, illegittimo. Un Parlamento che continua a sfornare provvedimenti a colpi di maggioranza, per lo più su decreti di un governo privo di alcuna credibilità politica e di legittimità democratica.,

Della sovranità popolare posta a fondamento costituzionale  della nostra democrazia si fa scempio da molto, troppo tempo.

E’ in tale situazione di crisi istituzionale che un fatto politico nuovo è emerso con drammatica realtà, dopo gli errori compiuti da quell’irresponsabile di Sarkozy, dalla Libia del post Gheddafi, ormai in preda al caos e all’avanzata tumultuosa dell’ISIS, il neo califfato islamico.

A poche miglia dalle nostre coste si tratta di fronteggiare un avversario che ha già inserito il nostro ministro degli esteri Gentiloni e l’Italia nella lista nera dei “nemici crociati “da combattere con l’obiettivo di conquistare Roma, il centro della cristianità.

Tutto ciò porta a riconsiderare  integralmente non solo le nostre piccole valutazioni politico elettorali di breve periodo, ma la stessa cultura ispirata ai valori della pace e della tolleranza su cui abbiamo costruito le nostre fondamentali certezze.

Una generazione che ha sempre visto le armi con disgusto e mai si era sognata di sperimentare la realtà di una guerra alle proprie frontiere, anche se da  tempo l’Italia partecipa a numerose “missioni di pace” in diverse situazioni internazionali, dalle guerre permanenti del medio oriente, alle tragiche vicende balcaniche, si trova ora a fare i conti con un’emergenza che ci riguarda direttamente da vicino.

E stavolta non ci sono più le vituperate basi americane di Sigonella e la VI flotta Nato di Napoli, e gli amici americani pronti a difenderci, ma molto dipenderà dai noi stessi e dalla risposta che l’Europa per prima dovrà elaborare in tempi brevissimi.

Paolo Gentiloni ha dichiarato che “siamo pronti a combattere” e il ministro della difesa Pinotti, che sono disponibili “5000 soldati” alla bisogna.

Credo che tutto ciò non possa essere affrontato da un governo e da un parlamento oggettivamente unfit, sia da un punto di vista politico istituzionale, che delle competenze specifiche sin qui espresse da una compagine di improvvisati “compagneros” del giovane boys scout fiorentino.

Certo, se l’Italia dovrà affrontare un’imprevista situazione di guerra contro un nemico insidioso che ha già presenti  nel nostro territorio  potenziali nuclei combattenti collusi con l’estremismo islamico, si imporrà una diversa articolazione del potere e l’assunzione di un’unitaria responsabilità da parte di tutte le forze politiche dentro e fuori del Parlamento.

Non so se avremo il tempo per nuove elezioni e per l’aggiornamento della carta costituzionale. Oggi, in piena crisi economica e sociale, si aggiungono, infatti, una nuova e ancor più drammatica emergenza, alla quale si dovrà corrispondere con una presa di coscienza e di responsabilità collettiva unitaria. Ora è il tempo dell’unità a prescindere.

Ettore Bonalberti

www.alefpopolaritaliani.eu

www.insiemeweb.net

www.don-chisciotte.net

 

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