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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori pubblichiamo l’articolo di Tino Oldani, apparso sul quotidiano Italia Oggi.

L’intervista con cui Piersilvio Berlusconi ha tessuto grandi elogi del premier Matteo Renzi («non è solo apparenza, ma sostanza»), iscrivendosi, di fatto, al partito renziano, sembra confermare l’avvento delle «larghe intese» anche in campo telefonico e televisivo. L’alleanza tra la spagnola Telefonica e Mediaset, per ora limitata alla pay-tv, viene vista, da alcuni analisti, come il primo passo di uno scenario futuro in cui le reti Mediaset sono destinate a diventare il braccio televisivo di Telecom Italia, destinata, a sua volta, a finire sotto il completo controllo di Telefonica. Dunque un gruppo italo-spagnolo completo di tv e telecomunicazioni, come lo sono i maggiori competitor internazionali del settore, la realizzazione di un progetto che da anni era nei desideri più forti di Silvio Berlusconi, padre di Piersilvio, nonché leader di Forza Italia.

Il primo suggerimento in questa direzione arrivò a Berlusconi alcuni anni fa dal banchiere Pellegrino Capaldo, che aveva immaginato la fusione tra Mediaset e Telecom Italia come una soluzione perfetta del conflitto d’interessi del fondatore delle tv del Biscione, che era diventato premier. Quel progetto aveva però un difetto, agli occhi di Berlusconi: per realizzarlo, avrebbe dovuto cedere le sue tv a Telecom Italia. Una prospettiva per lui inaccettabile, per cui non se ne fece nulla.

Il progetto aveva però un senso industriale. E se è ora sul punto di essere realizzato, lo si deve al fatto che Berlusconi, sia pure suo malgrado, si è liberato del conflitto d’interessi. A liberarlo, infatti, sono stati i giudici che l’hanno condannato prima, e poi i senatori che hanno votato la sua decadenza dal senato, estromettendolo da ogni carica istituzionale. Così l’ex Cavaliere, mostrando di avere sette vite come i gatti, ha gestito con assoluta maestria politica e imprenditoriale una partita strategica per il futuro del suo gruppo e dei suoi figli, destinati a fare i ricchi stacca-cedole di un gruppo mondiale. Un’operazione che per forza di cose, vista l’importanza, deve ottenere l’avallo deI governo italiano. E Berlusconi sa bene che può ottenerlo solo a patto che il suo partito, benché declinante nei voti, assicuri a Renzi i voti necessari per le riforme costituzionali. L’origine dell’inciucio di Berlusconi con Renzi è tutto qui, nella difesa degli interessi concreti che, per il vecchio Caimano, è sempre stato il primo punto della sua agenda.

Un compromesso, questo, che anche il premier può avere valutato conveniente sul piano politico, poiché assicura il successo delle sue riforme, in primis quella del senato. E se alcune anime belle come Marco Travaglio, Augusto Minzolini e Corradino Mineo ci hanno intravisto l’inizio di una «democrazia autoritaria», non per questo Renzi si dice disposto ad arretrare di un solo millimetro: anzi, per usare un suo slogan, saranno le anime belle a doversene fare una ragione.

Tanto più lo dovranno se, subito dopo l’operazione Mediaset-Telefonica, Renzi vorrà completare il nuovo assetto nazionale delle tv e delle telecomunicazioni con la riforma della Rai. Ma quale riforma ci dobbiamo aspettare? In proposito, vale la pena di rileggere i punti 16 e 17 del documento intitolato «Ecco le mie 100 idee per l’Italia», che Renzi presentò alla prima Leopolda nel 2011. Punto 16: «Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il servizio pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali 8 hanno una valenza pubblica. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati».

La futura privatizzazione di Rai 1 e di Rai 2 sembra sufficiente, da sola, a spiegare alcuni illustri abbandoni della sponda di viale Mazzini, come quello di Giovanni Floris: meglio giocare d’anticipo. Il punto 16 di Renzi così prosegue: «Il canone va formulato come imposta sul possesso del televisore, rivalutato su standard europei e riscosso dall’Agenzia delle entrate. La Rai deve poter contare su risorse certe, in base a un nuovo contratto di servizio con lo Stato».

Altrettanto perentorio il punto 17: «Fuori i partiti dalla Rai. La governance della tv pubblica deve essere riformulata sul modello Bbc (Comitato strategico nominato dal Presidente della Repubblica, che nomina i membri del comitato esecutivo, composto da manager, e l’amministratore delegato). L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della tv pubblica».

Un progetto irrealizzabile? Chi lo pensa, farebbe bene a rileggersi il punto 1 di quel documento, che era dedicato all’abolizione del bicameralismo. Il senato come dopolavoro dei sindaci e dei consiglieri regionali vi era già descritto nei dettagli: “Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali, che possa proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge, su cui la camera elettiva si esprime in ultima istanza a maggioranza qualificata». Renzi l’aveva scritto tre anni fa, quando era ancora sindaco di Firenze e non aveva ancora vinto le primarie. Ma a quel programma di governo non ha mai rinunciato, vi è rimasto fedele fino alle virgole. E ora, forte del 40,8% preso alle europee, per quanto si tratti di un senato pasticciato, lo sta imponendo a forza sia al Pd che agli alleati, con l’aggiunta del finto oppositore Berlusconi. Il premier che alcuni oppositori chiamavano Pittibimbo si sta mostrando sempre più un politico coerente e spietato, fino alla cattiveria pura, compreso il killeraggio in prima persona. Pensare che per la riforma della Rai la musica possa cambiare è pura illusione.

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