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Consob in azione sui movimenti di Borsa nei giorni precedenti l’approvazione del decreto. Dettagli su chi ha puntato fiche sugli istituti interessati. Valutazioni di economisti e analisti. Vertenza legale allo studio da parte dell’associazione che riunisce le banche del settore. E’ questo lo stato dell’arte sul provvedimento del governo Renzi che impone ai 10 maggiori istituti popolari la trasformazione entro 18 mesi in società per azioni (qui uno speciale di Formiche.net con commenti, ricostruzioni e interviste).

GLI ARTICOLI

Sabato scorso il Corriere della Sera, con un articolo di Mario Gerevini successivo a quello di Fernando Pineda su Formiche.net, ha dato conto di movimenti borsistici su cui la Commissione che vigila su Piazza Affari aveva acceso un riflettore ritenendo che ci fossero delle manine dietro alcune transazioni.

I DETTAGLI

Ecco quello che scrive oggi il Corriere della Sera in un articolo di Federico De Rosa: “Tra martedì e venerdì scorso, nel pieno dell’ondata di rialzo, Kairos risultava per esempio avere una posizione «corta» (ossia senza possedere fisicamente i titoli) pari al 3% della Popolare Etruria, la più brillante tra le piccole, che è stata poi ridotta al 2,55%. Oppure Aqr Capital Management, un fondo speculativo creato da un ex Goldman Sachs, che la scorsa settimana ha dichiarato una posizione corta sullo 0,92% del capitale di Bper e sull’1,05% del Banco Popolare poi arrotondata fino all’1,14%. Marshall Wace aveva invece una posizione corta sull’1,14%di Bpm”.

NON SOLO HEDGE

“Non si sono mossi solo gli hedge fund – si legge sul Corsera di oggi – Anche alcuni consiglieri delle banche interessate dalla riforma si sono messi a comprare e vendere. Il vicepresidente della Bper, Alberto Marri ha venuto 13 mila azioni il 19 gennaio, il giorno prima del Consiglio dei ministri che ha varato il decreto sulle Popolari, incassando circa 70 mila euro. Quei 13 mila titoli Marri li aveva comprati appena 10 giorni prima, quando dell’anticipo della riforma nessuno sapeva. Una posizione simile a quella di Angelo Garavaglio, consigliere del Credito Valtellinese, il quale dopo aver comprato tra il 2 e il 9 gennaio 40 mila azioni, il 19 le ha vendute incassando 35 mila euro. Avesse aspettato qualche giorno, lui come Marri, l’incasso sarebbe stato più alto. Anche il presidente di Ubi Banca, Andrea Moltrasio, si è mosso ma in questo caso per comprare: 8.000 azioni a 5,49 euro ciascuna il 16 gennaio, il venerdì precedente il varo della riforma. Ieri quelle azioni valevano 6,38 euro. Si tratta tuttavia solo dei movimenti visibili, non certo quelli che muovono il mercato e di cui non è facile trovare traccia”.

LE REAZIONI

L’associazione che riunisce le banche popolari ha contestato fin dal principio metodo e merito del decreto approvato dal governo Renzi che ha sfilato la norma in questione – all’inizio valida per tutti gli istituti di credito cooperativo – dalla bozza di disegno di legge sulla concorrenza (come si può vedere in questa bozza di ddl svelata da Formiche.net) per inserirla a sorpresa in un decreto legge poi approvato dal consiglio dei ministri con spiegazioni balzane (come sottolineato qui in un corsivo di Formiche.net) e contestate anche da economisti come Giulio Sapelli, Giovanni Ferri e Leonardo Becchetti, oltre che da blogger come Mario Seminerio, curatore del seguitissimo Phastidio.net. Da segnalare, peraltro, che anche un economista liberale e bocconiano come Donato Masciandaro, editorialista del quotidiano Il Sole 24 Ore e uno dei massimi esperti in Italia di sistemi bancari anche esteri, ha criticato il provvedimento in una intervista ieri al supplemento di Repubblica, Affari & Finanza, in particolare per i metodi dirigisti e senza criteri economici nella selezione dei 10 istituti di credito.

L’AZIONE DI ASSOPOPOLARI

Il decreto è incostituzionale? A questa domanda sono al lavoro i legali contattati dall’associazione che riunisce e rappresenta le banche popolari. In questi giorni, secondo quanto scrive il quotidiano MF, l’associazione presieduta da Ettore Caselli avrebbe consultato alcuni illustri costituzionalisti – tra cui Cesare Mirabelli – per valutare la compatibilità del provvedimento con la Carta fondamentale della Repubblica. In primo luogo si contesta la sussistenza dei “casi straordinari di necessità e urgenza”, presupposto fondamentale della
decretazione d’urgenza in base all’articolo 77 della Costituzione. Che non vi sia urgenza lo dimostrerebbe il fatto che le banche avranno 18 mesi di tempo per adeguarsi alla nuova normativa. Dunque, non ci sarà alcuna corsa contro il tempo. Inoltre – sottolinea il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi in un articolo di Luca Gualtieri – tutte le popolari italiane hanno superato gli stress test della Bce con avanzi di capitale anche assai ampi e quindi al momento non ci sarebbe alcuna emergenza da sanare”. Ma ora l’attenzione si sposta in Parlamento, che dovrà convertire il decreto. E molti parlamentari di diversi gruppi stanno già meditando come modificare il provvedimento.

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