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Il clamore delle rapide e inaspettate affermazioni dell’Isis in Iraq e Siria, così come il lungo assedio di Kobane (la città del Nord della Siria alla frontiera con la Turchia) hanno in parte fatto calare l’attenzione dei media sul Libano, attraversato da una serie di vecchie e nuove tensioni e seduto, mai come in queste ore, su una vera e propria polveriera. Il Paese, uscito lo scorso febbraio da uno stallo politico che per ben 11 mesi ha impedito la formazione dell’Esecutivo, si trova dal 25 maggio senza Presidente della Repubblica, carica che per costituzione spetta ad un cristiano maronita. I due blocchi politici libanesi, quello del 14 marzo guidato da Hariri e quello dell’8 marzo di cui fa parte Hezbollah, hanno proposto rispettivamente Samir Geagea (il leader delle Lebanese Forces) e Michel Aoun (leader di Future Movement). Entrambi però non sono stati in grado di superare i reciproci ed incrociati veti dei parlamentari libanesi che hanno impedito il raggiungimento del quorum necessario all’elezione di uno dei due candidati. A questa frattura politica, alla quale alcune diplomazie stanno cercando di trovare una soluzione, si sono nel frattempo aggiunte altre crisi ben più esplosive: l’afflusso di quasi due milioni di profughi siriani (in un paese di quattro milioni di abitanti, grande poco più dell’Abruzzo e con già 450mila profughi palestinesi), il coinvolgimento militare di Hezbollah in Siria al fianco di Assad e la ripresa delle tensioni, apparentemente solo verbali tra Hezbollah e Israele. Ognuna di queste crisi ha generato ulteriori emergenze: economiche e sociali per quanto riguarda i profughi siriani e geopolitiche e militari per quanto riguarda l’azione e il ruolo di Hezbollah nell’area. Per dare un’idea dell’approccio delle autorità libanesi al problema dei profughi basti pensare che, a differenza di Giordania, Turchia e Kurdistan iracheno, in Libano non sono stati realizzati campi profughi. Alla base di questa decisione pesano sicuramente due ragioni: una di natura storica e riconducibile al ricordo dei campi profughi dei palestinesi negli anni della guerra civile e un’altra, più politica, tesa a minimizzare la reale portata di quanto stava avvenendo in Siria dal 2011.

Sul fronte geopolitico la decisione di Hezbollah di intervenire militarmente in Siria con i suoi miliziani e rovesciare, almeno per quanto riguarda il fronte più prossimo al confine con il Libano, le sorti del conflitto a favore di Assad, ha creato una durissima spaccatura tra coloro che accusano oggi il Partito di Dio di aver trascinato ed esposto il Paese dei Cedri alle rappresaglie dell’Isis e coloro invece che sostengono la necessità dell’intervento preventivo di Hezbollah per frenare la possibile nascita di una Siria guidata dal fondamentalismo. Il quadro che però emerge negli ultimi giorni è però sempre più allarmante e il recentissimo video messaggio dei miliziani dell’Isis che tengono in ostaggio alcuni militari libanesi, catturati lo scorso agosto, accusando Hariri, Geagea e Jumblatt di connivenza con Hezbollah, è un pericoloso lancio di benzina sul fuoco che potrebbe divampare all’interno della comunità sunnita libanese.

La comunità internazionale e nello specifico Francia, Arabia Saudita e Iran si stanno muovendo per rafforzare le Forze Armate Libanesi e i primi armamenti francesi dovrebbero esser già disponibili tra un paio di mesi. Altre però sembrano essere le forniture che preoccupano maggiormente Israele che proprio un paio di settimane fa ha effettuato un raid, l’ultimo di una lunga serie, in territorio siriano per fermare armamenti diretti ad Hezbollah. Molte sono state le voci circa il possibile obiettivo del raid a cominciare dalle stesse armi che, secondo al Monitor, farebbero parte di una fornitura russa al movimento sciita libanese. La stessa notizia diffusasi una settimana fa e relativa alla presenza di una spia israeliana all’interno di Hezbollah non fa che confermare il livello di alta tensione tra il Partito di Dio e Israele. Non è un mistero che negli ultimi quattro anni Hezbollah e le autorità israeliane abbiano dialogato a suon di minacce come non sfugge ormai a nessuno l’elevata capacità militare del Partito di Dio sia in termini di qualità sia in termini di capacità delle proprie milizie. Le dichiarazioni di Nasrallah relative alla possibilità di poter invadere la Galilea, così come le stime dell’intelligence israeliana che collocherebbero il potenziale di fuoco di Hezbollah nella graduatoria delle Forze Armate dopo Stati Uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna, Cina e Israele fanno presagire un possibile punto di non ritorno. La stessa nomina del nuovo capo dell’esercito israeliano, Gadi Eizenkot, è un altro avvertimento ad Hezbollah. Il Generale, ideatore della “dottrina Dahiya” sperimentata mediante bombardamenti a tappetto sull’omonimo quartiere meridionale di Beirut ha mandato subito un messaggio al movimento sciita libanese, minacciando di colpire tutti i villaggi sciiti libanesi dai quali dovessero partire attacchi contro Israele. I messaggi sono chiari e il baratro è dietro l’angolo.

Libano tra vecchie e nuove tensioni

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