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Le prime due conseguenze reali del (ri)accordo Renzi-Berlusconi si sono registrate sul versante sinistro della politica: la dichiarazione di diserzione della minoranza (ufficiale, ufficiosa e di tutti i rottamati dagli antichi splendori) del Pd dai lavori della direzione del partito principale del governo presieduto da Renzi, che è anche il capo piddino; e la proclamazione dello sciopero generale della Cgil per il 5 dicembre, giornata studiata per fare felice il partito italiano dei vacanzieri, rianimato dall’allungamento del ponte dell’Immacolata.

Così il complesso delle componenti che si autorappresentano come le esclusive (o almeno le maggiori) garanti del progressismo nazionale, ha praticamente aperto la sua campagna elettorale di primavera, battendo in anticipo sul tempo qualsiasi altro movimento protestatario. Compreso quello di Grillo che, casualmente, si trovava in missione all’estero per intestarsi la battaglia referendaria europea sull’abolizione dell’euro e il ritorno alla lira e alle altre vecchie monete nazionali: sempre in nome dell’innovazione, del progresso e della creatività della Democrazia 2.0.

Fuor di celia, questi gruppi politici da tempo in servizio permanente effettivo per rottamare il rottamatore, ridare slancio alla sinistra ideologica e rappresentare la pancia del popolo, stanno organizzandosi, prima che Renzi si rafforzi troppo e di dover subire l’onta di una cancellazione dolce dalla politica italiana. Da mesi, del resto, ci si interroga, in vari media, a cominciare da Formiche.net, se esistano le condizioni per la creazione di una Linke italiana: cioè di una sinistra sinistra, antisocialdemocratica, intesa a scongiurare anche l’ipotesi di una grande coalizione, di cui il patto del Nazareno possa costituire la piattaforma originaria.

Renzi si muove dando l’impressione di non nascondersi tali intenzioni, ovviamente pericolose per gli obiettivi che si è proposti; ma anche di non sovrastimarle. Soprattutto perché, conoscendo bene dall’interno le rappresentanze sociali e politiche delle corporazioni italiane, sa bene come prenderle di petto per non restarne stritolato. E poiché, tra breve, prima si eleggerà il tredicesimo presidente della Repubblica (Napolitano conta per due, com’è noto) e poi si andrà comunque a votare (regionali o nazionali) con partiti disaggregati (a sinistra, al centro e a destra), così che sarà sempre lui – il principe di Palazzo Chigi – a possedere le chiavi sia del Quirinale che degli altri palazzi del potere.

Anche per un’eventuale Linke, insomma, i tempi sono troppo corti per impensierire seriamente quello che oggi è, oggettivamente, l’uomo più forte d’Italia. C’è piuttosto da preoccuparsi ch’egli non esageri e non faccia, dell’esecutivo, un potere assoluto.

Attenti alla sinistra sinistra

Le prime due conseguenze reali del (ri)accordo Renzi-Berlusconi si sono registrate sul versante sinistro della politica: la dichiarazione di diserzione della minoranza (ufficiale, ufficiosa e di tutti i rottamati dagli antichi splendori) del Pd dai lavori della direzione del partito principale del governo presieduto da Renzi, che è anche il capo piddino; e la proclamazione dello sciopero generale della Cgil…

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