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La sentenza con cui l’antitrust americana ha definito Google un “monopolista” è storica, quanto controversa. Attorno si è alzata una nube di dubbi, che abbiamo provato a sciogliere con il componente del Garante della Privacy, Guido Scorza, che ha parlato a tutto campo per far luce sulla vicenda: dalla portata che ha per l’azienda agli effetti sulle altre Big Tech, fino alle conseguenze per l’Europa.

Che valenza ha per Google una sentenza di questa portata?

È una sentenza decisamente dura sotto profili diversi: quello reputazionale, quello giuridico e quello economico-commerciale. Il giudice mette in dubbio che il successo di Google sia effettivamente figlio delle sue tecnologie e non piuttosto dei suoi accordi commerciali miliardari e accende un’ipoteca importante sulla circostanza che Google possa continuare a crescere utilizzando il modello utilizzato sin qui, un modello sostanzialmente basato sulla raccolta di quantità straordinarie di dati personali attraverso il proprio motore di ricerca e il riuso di questo patrimonio informativo per garantirsi la leadership in una serie di altri mercati di servizi digitali. La decisione, insomma, proietta un cono d’ombra sulla reputazione di Big G e, soprattutto, imporrebbe, se non ribaltata dalla vittoria in un’eventuale ma probabile appello, alla società di ripensare in profondità le proprie strategie commerciali.

Non sembrerebbe nemmeno chiaro cosa Google dovrà fare per adeguarsi. A quali sanzioni potrebbe andare incontro?

Nella sostanza i giudici contestano a Google o, meglio, dichiarano fondate le contestazioni del governo americano circa il fatto che Google ha pagato a caro prezzo – probabilmente tanto quanto difficilmente i suoi concorrenti avrebbero potuto fare – per garantirsi che il suo motore di ricerca fosse quello pre-impostato sui dispositivi mobili leader di mercato. È l’illegittimità di queste intese il cuore della decisione e, pertanto, è rivedere queste intese e, anzi, probabilmente cancellarle, ciò che  i giudici, indirettamente, chiedono a Google di fare. Se Google non si adeguasse spontaneamente, sanzioni pecuniarie a parte, potrebbe sentirsi dettare ordini specifici in questo senso.

Però ha già promesso ricorso…

È difficile credere che Google getti la spugna e accetti il verdetto mentre è assai più probabile che la società di Mountain View venderà cara la pelle, difenderà gli elementi centrali del proprio modello di business e impugnerà la sentenza. Adeguarsi alla sentenza, probabilmente, significherebbe per Google un ripensamento troppo profondo del proprio modello di business.

La sentenza potrebbe essere un precedente, visto che ci sono cause simili aperte contro alcune Big Tech. Quale impatto avrà sul comparto tecnologico?

Difficile prevedere l’impatto di un settore che, sin qui, è rimasto pressoché impermeabile alla regolamentazione e all’applicazione delle regole da parte di giudici e autorità. Certamente la sentenza contro Google è una pietra miliare per tante ragioni diverse ed è difficile immaginare che non abbia un impatto sul modo in cui sin qui le Big Tech hanno interpretato le regole sulla concorrenza. Questa volta non sono i “soliti europei” a richiamare all’ordine gli innovatori americani ma i giudici del Paese nel quale Google & c. sono nati. Ma la decisione suggerisce anche che, come ha detto il procuratore generale statunitense nel commentarla, nessuno può più sentirsi sopra alla legge, Big Tech incluse. C’è poi un altro elemento da considerare.

Quale?

Benché nel corso del procedimento sul banco degli imputati sia salita solo Google, la decisione proietta un’ombra anche sulla condotta di altri campioni digitali che, nella sostanza, hanno immolato innovazione e concorrenza sull’altare del revenue share con la società di Mountain View, accettando denaro – tanto – in cambio di privilegi riconosciuti al motore di ricerca di casa Google, rispetto ai diretti concorrenti. Un altro aspetto che suggerisce che l’impatto sull’intero comparto, questa volta potrebbe esserci.

Più nel dettaglio: secondo gli analisti è a rischio l’accordo Google-Apple sul motore di ricerca predefinito. Il che vorrebbe dire bruciare 20 miliardi di dollari. Siamo di fronte a questo scenario?

Credo di sì. Lo scenario mi pare concreto, senza peraltro grandi sorprese sotto questo profilo. L’accordo, d’altra parte, era già all’attenzione anche della Commissione europea sotto il profilo della compatibilità con il Digital Market Act (Dma). La vicenda ricorda da vicino una delle madri di tutte le questioni antitrust nei mercati digitali, quella relativa al caso Microsoft accusata dalla Commissione europea di limitare la libertà degli utenti del proprio sistema operativo di utilizzare un browser diverso da Explorer che, appunto, veniva loro proposto come predefinito.

Come era andata a finire?

All’epoca Microsoft davanti alle accuse della Commissione fece marcia indietro e riconobbe agli utenti una maggiore libertà di scelta.

Per Apple e Google quindi lo scenario è simile?

Sembra verosimile che Apple e Google debbano arrivare a analoga decisione. Anche perché, vale la pena ricordarlo, è vero che la circostanza che un servizio sia proposto come predefinito non impedisce a utenti e consumatori di fare scelte diverse ma è altrettanto vero che i mercati digitali di massa sono guidati più che dal potenziale innovativo dei servizi dalla loro usabilità e, sotto questo profilo, compiere una scelta diversa da quella predefinita ha un “costo” insostenibile per la più parte degli utenti.

In Europa ci possono essere ripercussioni?

La decisione sembra, sotto molti profili, precorrere le nuove regole del Dma da poco entrate in vigore da questa parte dell’oceano. Probabilmente, in questo senso, accelererà alcuni cambiamenti ai quali le Big Tech stavano già lavorando.

Che cosa sta accadendo in generale al mondo Big Tech? Nel Black Monday, Meta, Microsoft, Alphabet, Tesla, Nvidia, Apple e Amazon hanno bruciato 1.000 miliardi di dollari. Sembrerebbe che la bolla si stia un po’ sgonfiando, anche se l’IA rimane una sorta di bene rifugio (mi passi il termine) su cui investire…

La mia impressione è che stiamo vivendo una fase fisiologica della storia delle Big tech. Le dimensioni che hanno raggiunto sui mercati e il potere, non solo economico ma anche politico ormai acquisito, impongono, specie in vista della “capitalizzazione” delle posizioni dominanti delle quali dispongono anche nel settore dell’intelligenza artificiale, a tutti i Governi del mondo – incluso quello americano – di considerarle sorvegliate speciali e talvolta di richiamarle all’ordine. È uno scenario in qualche modo prevedibile. Peraltro non è escluso che in un contesto del genere si creino le condizioni per la nascita e lo sviluppo di nuovi unicorni digitali, capaci di approfittare dei vincoli con i quali le più grandi si troveranno a vedersela. L’AI, probabilmente, allo stato, non basta per dare stabilità a un mercato che resta troppo in balia di interventi regolamentari destinati a divenire sempre più frequenti e di azioni di enforcement di portata sempre più incisiva. Credo occorrerà prepararsi a un periodo di repentine salite e discese anche in borsa.

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