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L’assedio di Kobane e la possibile presa della città da parte dello Stato islamico sarebbero, come ha avuto modo di dire l’inviato Onu per la Siria, Staffan de Mistura, un massacro e una tragedia umanitaria. Il diplomatico ha esortato la comunità internazionale a prevenire una nuova Srebrenica e ha chiesto alla Turchia di concedere l’accesso dal suo territorio ai volontari curdi per combattere nella cittadina assediata dall’Isis.

La sensazione che anche in questa occasione i curdi siano stati traditi, come già avvenuto in passato dalla comunità internazionale, è forte e molti attivisti sui social network esprimono il loro disappunto sulla scarsa azione di contrasto all’Isis sia in Iraq che in Siria.

In questa partita non può sfuggire quanto accaduto tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, quando i peshmerga della regione autonoma del Kurdistan iracheno sembravano essere l’unica milizia in grado di fronteggiare l’Isis. Il quadro che stava maturando in quel periodo, in cui l’esercito iracheno si andava dissolvendo davanti ai motivati e ben armati combattenti dell’Isis, apriva inaspettate prospettive per il Kurdistan iracheno.

Sembrava infatti che la strada verso il raggiungimento dell’indipendenza del Kurdistan iracheno, sostenuta anche dalla dichiarazioni del Premier israeliano Benjamin Netanyahu, fosse ormai segnata. La regione del Kurdistan iracheno poteva rappresentare il baluardo ideale contro l’Isis a fronte del resto del territorio dell’Iraq. È chiaro che un simile avvenimento avrebbe avuto non poche ripercussioni sia nel governo iracheno sia nella stessa Turchia che avrebbe visto con molti sospetti la nascita di un Kurdistan iracheno indipendente e precursore di altre analoghe e, sulla carta possibili iniziative, in Siria e in Turchia.

La ritrovata aggressività dell’Isis ha posto in secondo piano questo tema non senza alimentare malumori da parte dei peshmerga che hanno più volte accusato Baghdad di non essere così solerte nel far giungere gli aiuti militari, forniti dalla comunità internazionale, nel Kurdistan iracheno. Ora le immagini delle forze armate turche che osservano la marcia dell’Isis su Kobane non fanno che alimentare i sospetti per i quali per Ankara sia preferibile avere al proprio confine l’Isis piuttosto che un’enclave curda e rafforzano i dubbi espressi da più parti, Iran in primis, sulle reali intenzioni della coalizione anti Isis.

Resta pertanto molto difficile contrastare l’Isis in Siria, dove più volte la comunità internazionale ha chiuso gli occhi su quanto avveniva, rimandando di volta in volta la linea rossa oltre la quale non si sarebbero più tollerate violenze. La stessa posizione della Turchia, accusata insieme all’Arabia Saudita e al Qatar di aver contribuito alla creazione dell’Isis in chiave anti – Assad, rischia di minare in modo considerevole le capacità della coalizione internazionale.

L’esperimento di aver puntato tutto su miliziani fondamentalisti, perché ritenuti più forti del Free Syrian Army e delle opposizioni siriane all’estero, ha creato un movimento militarmente ed economicamente organizzato difficile da contrastare senza una strategia che coinvolga i principali attori della regione.

L’inusuale coalizione composta da esercito iracheno, peshmerga, milizie iraniane e aviazione americana, che ha combattuto e sconfitto l’Isis alla fine di agosto nella città di Amerli nel Nord dell’Iraq, potrebbe essere una delle possibili chiavi per arginare e contrastare efficacemente lo Stato islamico. La sottovalutazione o peggio ancora l’estromissione di grandi attori internazionali in questo conflitto rischia di far precipitare tutto il Medio Oriente e non solo nel caos. Non sfugge infatti come la minaccia dello Stato islamico sia percepita anche in Cina, dove il rischio di una possibile saldatura di interessi tra alcuni fondamentalisti della minoranza uigura dello Xinjiang e l’Isis non è più uno scenario ipotetico ma una concreta minaccia anche per la Pechino.

Kobane, perché servono larghe intese internazionali per combattere Isis

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