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“Paese di inaugurazioni e non di manutenzioni”, così Leo Longanesi definiva l’Italia che, dopo diverse decine d’anni si ritrova, come accade annualmente, col problema del suo disastrato assetto idrogeologico.

I grandi eventi, naturali ed artificiali, quelli che colpirono il Polesine nel 1951, la Valle del Piave nel 1963 con il Vajont; il Veneto e la Toscana nel 1966; la Val di Stava nel 1985 e la Valtellina nel 1987 ed, ancor più recentemente: il Piemonte nel 1994 , la Versilia nel 1996, la Campania nel 1997 e 1998, e quelli che negli ultimi sedici anni hanno continuato a colpire quasi tutte le regioni dell’arco alpino ed, in particolare la Lombardia, sono lì a ricordarci i problemi della sicurezza idraulica del nostro Paese e a riproporre l’attenzione dell’opinione pubblica e dei responsabili delle politiche nazionali, regionali e locali sui sistemi di difesa e su certa loro fragilità, propria delle opere, ma anche delle strutture naturali.

Lo stato di crisi nel sistema idrografico, che numerosi eventi hanno posto in evidenza, deriva, in larga misura da una domanda di spazio e di beni che, superando una (non nota) soglia, ha posto a sua volta in evidenza la misura “finita” di spazio e beni, e le profonde connessioni ed interazioni che all’intorno della soglia stessa, esistono tra le risorse in giuoco.

L’acqua e lo spazio che occupa scorrendo, le elaborazioni e manipolazioni cui essi sono sottoposti e la risposta che il territorio dà agli eventi estremi per le modifiche che le attività che vi si svolgono hanno creato alla sua struttura, costituiscono l’insieme articolato e complesso dei fattori che sono sempre esistiti con connessioni che, tuttavia, una domanda inferiore all’offerta rendeva un tempo meno apprezzabili.

Se da un lato, a partire dagli anni ‘60, dopo oltre un secolo dalla “prima rivoluzione culturale” del Paleocapa e Turazza, si impose una profonda modificazione della legislazione proprio per la necessità di rinnovare strumenti legislativi, modi di intervento ed obiettivi nel campo della difesa, specialmente idraulica, del territorio e dell’uso delle risorse che il territorio stesso offre, sino a determinare una vera e propria “nuova politica del territorio”, dall’altro, le intervenute modificazioni con il D.P.R. 616/76 nei rapporti tra Stato e Regioni porterà a superare (e per certi aspetti si potrebbe dire con esiti assai contraddittori) le conclusioni raggiunte dalla Commissione De Marchi nel 1970.

Le conclusioni raggiunte da quella Commissione aprirono una vera e propria seconda rivoluzione culturale che sfocerà nell’approvazione della legge n. 183 del 18 Maggio 1989:

“Norne per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo”.

La Legge 183/89 contiene, tuttavia, in sè le contraddizioni proprie del risultato di compromessi politico-amministrativi inevitabili nel nuovo rapporto Stato-Regioni e nel momento nel quale la nuova “cultura ambientale” finiva con il favorire modalità d’approccio ai problemi del territorio secondo ottiche diverse da quelle tradizionali.

Ecco perché, se i criteri usati in passato per la sistemazione dei corsi d’acqua accordavano un primato pressoché indiscusso agli interventi per la difesa dalle piene degli insediamenti, dei terreni e delle attività che vi si svolgevano, con la nuova modalità di approccio si introduce una visione più articolata che, tuttavia, sconta l’onere di una diffusione di competenze e di una carenza di coordinamento che è oggettivamente verificabile nelle diverse realtà regionali.

Da molto tempo l’ANA.RF che associa le realtà delle Aziende e dei Servizi Forestali Regionali dell’Italia ( tra le quali la Regione Lombardia e il Veneto hanno assunto fin dall’inizio la leadership) ha maturato la consapevolezza che è tempo di affrontare la politica degli interventi idraulico-forestali sulla base di una visione strategica polivalente ed integrata partendo dal dato oggettivo secondo cui tutte le regioni dell’arco alpino italiano, così come quelle della dorsale appenninica e delle isole, vivono da molti anni il dramma dello spopolamento delle zone di montagna, con le conseguenze disastrose, non solo sul piano socio-economico, ma della stessa salvaguardia ambientale.

E’ mancata sin qui una seria riflessione comune e, soprattutto, l’avvio di alcune azioni strategico operative, tali da convogliare masse critiche significative di risorse in vista di garantire, con la difesa della montagna, condizioni più sicure per la stessa pianura.

Non che siano mancate le risorse; anzi, se valutassimo l’insieme di quanto hanno speso lo Stato e le regioni, tanto quelle a Statuto speciale che le regioni ordinarie, per interventi idraulico-forestali nell’ultimo decennio, si arriverebbe a cifre rilevanti certamente superiori a qualche migliaio di miliardi di vecchie lire!.

Per anni, infatti, la politica degli interventi idraulico-forestali e di difesa idrogeologica, in

quasi tutte le regioni italiane, è andata avanti in maniera separata, e/o quantomeno, disordinata:

la prima, quella forestale, interessata soprattutto a salvaguardare con il rispetto dei piani economici, il bene primario dell’occupazione delle maestranze; la seconda necessitata quasi sempre ad inseguire l’emergenza.

Nacque da questa consapevolezza l’idea di un PROGETTO MONTAGNA SICURA- -PRO.MO.S. – con il quale correlare razionalmente gli interventi di difesa idrogeologica con quelli di pianificazione forestale, secondo criteri basati esclusivamente sulle priorità emergenti da una rigorosa analisi della nostra situazione territoriale valutata nell’unità idrografica dei bacini quale caposaldo essenziale di riferimento.

Si propose, senza riscontro dai responsabili politici e di governo, di dar vita a un grande progetto concertato comune tra tutte le regioni dell’arco alpino italiano, dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia per il Nord, della dorsale appenninica centromeridionale (specie fra quelle più frequentemente oggetto dei talora drammatici eventi di dissesti, frane ed alluvioni) e delle due principali isole (Sicilia e Sardegna) tale da promuovere interventi coordinati e pianificati, fondati sulle effettive priorità presenti sul territorio a partire da quelle inerenti la sicurezza idraulica.

Ieri all’incontro del Capo dello Stato con i dirigenti del Corpo Forestale, ne ha parlato Giorgio Napolitano. Purtroppo sono passati più di vent’anni da quando, coordinatore del Comitato Tecnico scientifico di ANARF, presentai al Ministero dell’ambiente PRO.MO.S. senza alcun esito. Si sa: “ gli alberi non votano” e l’Italia, come diceva Longanesi e i suoi politici è “un Paese

di inaugurazioni e non di manutenzioni.

Ettore Bonalberti

Già direttore ARF (Azienda Regionale delle Foreste) del Veneto ( 1983-1998) e delle OO.PP. di Regione Lombardia (2001-2005) e di ERSAF (Ente Regionale per i servizi agricoli e forestali) di Regione Lombardia

autonomia regionale

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