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Per curiosità, ho spulciato tra i dati dell’ultima indagine campionaria di Bankitalia sulla ricchezza netta delle famiglie italiane. Nonostante quattro anni di crisi durissima, alla fine del 2012 essa era pari a otto volte il reddito disponibile, sei volte il Pil, quattro volte e mezzo il debito pubblico.

Siamo ancora tra i cittadini più benestanti di tutte le grandi democrazie occidentali, dunque, ma il Paese continua a non crescere. Perché? Per mille ragioni, tra cui la distribuzione e composizione del patrimonio privato nazionale. Il 10 per cento delle famiglie più ricche, infatti, ne possiede il 46,6 per cento, costituito per il 57,8 per cento da immobili, per il 37,3 per cento da attività finanziarie e per il 4,9 per cento da attività reali.

Quando parliamo di immobili, solo un decimo sono terreni, negozi, uffici o capannoni. Il resto sono abitazioni. Quando parliamo di attività finanziarie, solo un quarto sono azioni e fondi comuni (cioè capitale di rischio). Il resto sono depositi bancari e postali, obbligazioni, riserve tecniche delle compagnie di assicurazione. Quando parliamo di attività reali, solo tre quarti sono investiti in beni produttivi (impianti, macchinari, scorte, attrezzature, brevetti). Il resto va all’acquisto di gioielli, quadri, mobili di antiquariato, e cose simili.

Beninteso, il valore di quei tre quarti (pari a 380 miliardi di euro) è sottostimato. Si spiega con il fatto che le imprese domestiche sono poco capitalizzate e molto indebitate. In termini crudi, chi le possiede preferisce mettere i soldi nelle case e nella finanza piuttosto che nelle aziende. Infatti, i proprietari sono spesso facoltosi mentre le loro aziende sono spesso in rosso.

Basta riflettere su questi numeri, quindi, per farsi un’idea della più paradossale delle nostre contraddizioni: siamo un popolo di risparmiatori (ma non proprio di contribuenti onesti), ma a cui non piace rischiare. Per sfiducia nei confronti dello Stato e della Borsa, certo, ma pure per motivi di ordine culturale: avere l’appartamento in cui si vive (o in cui si va in vacanza), che accresce il suo valore nel tempo, è storicamente considerato il bene difensivo per eccellenza.

A questo punto, la domanda è: se gli italiani continuano a mettere buona parte del proprio denaro negli immobili, come si può finanziare la crescita? Dobbiamo decidere che Paese vogliamo, insomma. Oggi tutti sono seduti intorno al capezzale della produttività del lavoro. È forse giunto il momento che qualcuno cominci a occuparsi anche della produttività del capitale. Da Confindustria forse non si può pretendere. Nel governo, però, qualcuno potrebbe farci un pensierino un più convinto.

Perché è fuorviante fissarsi solo sulla produttività del lavoro. Promemoria per Padoan

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