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Sarebbe dovuto essere il primo e più importante alleato nella battaglia della Nato contro l’Isis. La Turchia di Erdogan al centro delle ansie mediorientali, con lo stesso neo presidente della Repubblica che se da un lato è riuscito ad ottenere (non senza polemiche) la liberazione degli ostaggi tenuti prigionieri dal Califfato, dall’altro non mostra una posizione particolarmente attiva a sostegno della Nato. Che succede ad Ankara? L’analisi di Nathalie Tocci, esperta di Turchia dell’Istituto Affari Internazionali.

Ankara è membro della Nato ma è assente dalla coalizione impegnata contro l’Isis: come spiegarlo?
Il motivo principale, sino alla scorsa settimana, era concentrato sulla questione dei 49 ostaggi catturati dall’Isis, che ormai sono stati rilasciati. Per cui il motivo non è più formalmente valido.

Cosa c’è dietro?
Il fatto che la Turchia di per sé continua a restare ostaggio dell’Isis.

In che senso?
Nel senso che c’è un enclave in Siria di Sulemai Sha, una tomba custodita dalle forze armate turche: territorio formalmente turco in Siria. Per rifornire i militari turchi occorre un accordo implicito con l’Isis che controlla quella parte del territorio. Questo il caso più eclatante, ma più in generale mentre teoricamente la frontiera di quasi 900 chilometri divide oggettivamente Turchia e Isis, e quindi dovrebbe mettere Ankara in prima linea nel contrastare la stessa Isis, di contro il Paese ha il terrore di essere sovraesposto.

Dopo gli eventi dell’ultimo anno come Gezi Park, prima ancora la provocazione dell’appalto Nato ai cinesi, l’elezione a presidente di Erdogan, lo scandalo corruzione del governo e quindi la paura dell’infiltrazione di Isis, ecco un atteggiamento alquanto ambiguo. Va considerata come un alleato recalcitrante o un prossimo “nemico”?
Escludo un nemico, è un alleato recalcitrante perché sovraesposto. Una frontiera così lunga e porosa si somma al cambiamento generale della politica. A monte, quella islamista non era considerata la prima minaccia per la Turchia, ma devo dire che così è stato anche per l’occidente. Chiediamoci infatti da dove abbia preso le armi l’Isis. Fino a poco tempo fa chiunque era nemico di Assad era implicitamente amico nostro. Nel caso turco in maniera più evidente dal momento che il conflitto con Assad era proprio più esasperato.

Ankara si ritrova in casa un problema enorme, quindi?
La porosità della frontiera e il fatto che molte cellule islamiste siano dislocate anche in Turchia, rappresentano due fattori che rendono il Paese estremamente vulnerabile. Da un lato si ritrovano a voler combattere questo fenomeno, dall’altro a non sapere quale sia il modo più sicuro per farlo.

Cambia il panorama mediorientale dopo il report del servizio di intelligence federale tedesco (diffuso dal Welt) secondo cui vi sono crescenti segnali che Erdogan vuole l’arma nucleare?
Credo sia pura fantascienza. I turchi dispongono di un programma nucleare in quanto hanno un enorme problema energetico, ma essendo sotto lo scudo della Nato non avrebbero bisogno di un’arma. Ankara ha preso in considerazione il fatto di diventare una potenza nucleare solo dal punto di vista energetico, dal momento che è dipendente da Russia e Iran, Paesi-partner ma molto problematici.

Come procedere allora?
In parte con una riconciliazione con i curdi iracheni, quindi con l’Iraq del nord e con l’interesse per il gas del Mediterraneo orientale. E in parte con molta attenzione rivolta alle rinnovabili.

La disputa sul programma nucleare iraniano come influirà la Turchia in ottica Isis?
Con l’Iran i rapporti sono stati storicamente difficili, ma quella frontiera è in assoluto la più stabile in Medioriente ed è rimasta immutata da centinaia di anni a questa parte. Ciò significa che si tratta di due popoli e due potenze ben consapevoli del fatto che rimarranno entrambi fondamentali nella regione. E anche se su mille dossier hanno idee e approcci differenti, in primis la Siria, sanno come e quando mettere da parte le divergenze per collaborare laddove è utile farlo. Da un annetto infatti si assiste ad una progressiva riconciliazione fra Ankara e Teheran.

L’Italia, che ha legami commerciali e politici molto forti con Ankara che ruolo vuole giocare, spettatore o pontiere?
Roma deve curare il rapporto tra Turchia ed Europa, più che tra Turchia e Medioriente: le due cose sono chiaramente collegate. Noi abbiamo interessa a che Ankara giochi un ruolo, nella Nato e nella comunità euroatlantica, propositivo e costruttivo. L’unico modo per farlo è attraverso l’ancoraggio della Turchia alle strutture euroatlantiche, in particolare all’Europa.

twitter@FDepalo

 

 

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