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I napoletani sanno vivere. A Torino, le dimissioni di Gianandrea Noseda da direttore d’orchestra principale sono state prese come una catastrofe. A Roma, la decisione di Riccardo Muti di non salire sul podio per Aida e per Le Nozze di Figaro (ma, a quel che si sa resta “direttore stabile onorario a vita”) hanno messo alla luce, ancora una volta, magagne quarantennali del Teatro ed hanno minacciato di scatenare una guerra mondiale. A Napoli, il 23 settembre è stato annunciato che il direttore principale Nicola Luisotti alza i tacchi. Concerterà Il Trovatore inaugurale il 12 dicembre, ma le due opere che avrebbe dovuto dirigere nelle prossime settimane Salome e Luisa Miller verranno concertate rispettivamente da Gabriele Ferro e da Daniele Rustioni. Luisotti resta “disponibile a future collaborazioni”, peraltro non indicate. Dall’ufficio stampa giungono comunicati fattuali ed ispirati a serenità.

In effetti ci si prepara ad andare in scena il 25 settembre, nel delizioso Teatrino di Corte (200 posti), con un lavoro che ebbe grande successo nella metà dell’ottocento ma venne poi dimenticato Don Checco di Nicola De Giosa (a lui Bari ha intitolato la strada ed avrebbe voluto dedicare il Politeama Petruzzelli). De Giosa è stato uno dei numerosi compositori pugliesi che diedero corpo a quelle che venne chiamata la scuola napoletana (fatto riscoprire da Muti al mondo intero perché gli ha dedicato una serie di Festival di Pentecoste a Salisburgo) poiché studiarono a San Pietro a Majella e lavorarono principalmente nella capitale del Regno delle Due Sicilie. De Giosa fu allievo di Gaetano Donizetti e Saverio Mercadante (con cui ebbe una notoria litigata). Don Checco è la commedia in musica del 1850 a cui Ferdinando di Borbone era molto legato, volendo assistervi ogni volta che si rappresentava

Secondo Andrea Lanza, curatore della voce sul compositore per il The New Grove Dictionary of Music and Musicians (il più autorevole dei dizionari musicali correnti), “his masterpiece and one of the greatest successes in the history of Naples” (il suo capolavoro ed uno dei maggiori successi della storia della musica a Napoli). Lo testimoniano le novantasei repliche della prima rappresentazione, avvenuta al Teatro Nuovo di Napoli l’11 luglio 1850, e una fortunata cronologia teatrale durata fino al tardo Ottocento. Don Checco, frutto maturo ed importante del circuito teatrale meridionale in epoca preunitaria. In tempi recenti si è avuto modo di ascoltare una versione in forma di concerto allo Showville di Bari.

Il soggetto è tipico della tradizione buffa partenopea: Fiorina (soprano), figlia dell’oste Bartolaccio (baritono) ama, riamata, il garzone del padre, Carletto (tenore). Il pittore Roberto (baritono), che in realtà è il Conte De’ Ridolfi, signore della zona, in incognito, esorta inutilmente Bartolaccio a far maritare la figlia, ma egli rifiuta e licenzia il giovane. Nel frattempo, giunge all’osteria un povero diavolo, Don Checco Cerifoglio (basso buffo), sfrattato per morosità ed inseguito da un esattore, Succhiello Scorticone (baritono). Per una serie di equivoci, Don Checco viene scambiato per il Conte De’ Ridolfi travestito, per la gioia di contadini, avventori e dei due giovani fidanzati, i quali sperano che egli possa intercedere con Bartolaccio perché acconsenta al loro matrimonio. L’oste informato della vera identità del suo ospite sta però per cacciarlo e il malcapitato sarebbe di certo arrestato da Succhiello se nel frattempo un fattore non avesse portato un foglio: in esso, firmato dal vero Conte De’ Ridolfi, ormai lontano, si legge che i debiti di Don Checco vanno considerati estinti e che i due giovani innamorati potranno sposarsi grazie ad una cifra messa a disposizione dal nobiluomo. Tutti esultano e l’opera si chiude con un esilarante elogio dei debiti, che rendono la vita più comoda, da parte di Don Checco. Questa piccola raccolta di banalità diventa un capolavoro del genere grazie alla elegante partitura di De Giosa.

Lo precisa il regista Lorenzo Amato: Solo mettendola in scena mi sono reso conto delle enormi potenzialità di quest’opera “dimenticata”, forse proprio perché la teatralità, il bisogno di essere agita su un palcoscenico sono tra i tratti più validi e stimolanti di questa partitura e ne raccontano meglio l’enorme successo che ebbe all’epoca delle sue prime rappresentazioni……. E’ come se Don Checco fosse l’opera buffa che si fa gioco del genere dell’opera buffa (ma non solo) e quindi di se stessa.

Questo avviene prima di tutto musicalmente. Nel corso dell’allestimento, ciascuno di noi, tra le note dello spartito, ha “riconosciuto” opere buffe e serie, di autori molto celebri (i più evidenti sono Donizetti, Rossini e Verdi), alcune precedenti al Don Checco, altre, eccezionalmente, non ancora composte. A volte si tratta di citazioni abbastanza esplicite, più spesso però, ed qui la genialità dell’autore, di atmosfere, di “sonorità” che agiscono su un piano profondo dell’ascoltatore/spettatore. Il fil rouge ovviamente è l’ironia, a tratti sottile, in altri momenti decisamente critica e canzonatoria.

L’allestimento, in co-produzione con il Festival di Valle d’Itria (ma facilmente rappresentabile in altri teatri) è concertato da Francesco Lanzillotta. Le scene sono di Nicola Rubertelli, i costumi di Giusi Giustino. Tra i protagonisti, Carmen Romeu, il soprano spagnolo che ha trionfato al Rossini Opera Festival ne La Donna del Lago nel 2013 e in Armida l’estate scorsa,. Il suo spasimante è Fabrizio Paesano. Don Checco Bruno Taddia. Molte altre voci giovani.

Arriva Don Checco al Teatrino di Corte di Napoli

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