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Tagli per 17 miliardi alla spesa pubblica e riforme strutturali in primo luogo del lavoro. Con la contropartita dell’acquisto in stile Federal Reserve Usa di titoli di Stato per alleviare il gravame del debito pubblico. L’accordo che sarebbe stato raggiunto tra il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi contribuirà a far uscire il nostro Paese dalle secche recessive in cui è arenato?

Formiche.net lo ha chiesto all’economista Leonardo Becchetti, editorialista del quotidiano Avvenire, autore del saggio “Wikieconomia” (il Mulino) da domani nelle librerie, e sottoscrittore della prima ora dei referendum anti austerità, che esprime una valutazione molto critica sull’intesa tra Roma e Francoforte.

Perché non è convincente quanto concordato fra il premier e il presidente della BCE?

A me pare evidente, fin dal novembre 2012, che il problema dell’Europa risieda nel crollo della domanda aggregata. Tema keynesiano su cui oggi tutti sembrano convergere. Mario Draghi è stato in gamba nel salvare l’euro dall’offensiva speculativa. Ma gli interventi che hanno dato via libera all’immissione di liquidità da parte della Banca centrale sono stati tardivi.

Le voci critiche nei confronti dell’austerità vanno aumentando a livello europeo.

Adesso che i riflessi della crisi coinvolgono il Nord Europa e che lo stesso presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker pone l’esigenza di una politica espansiva, il rischio è lanciarsi nel vuoto. Senza sapere se vi sarà la mano di Draghi a riprenderci.

Non è giusto vincolare l’attuazione di riforme radicali a un alleggerimento dell’austerità?

Le riforme strutturali di cui tutti parlano come un mantra ossessivo riguardo interventi restrittivi sul costo del lavoro e sulla spesa pubblica produrrebbero un’ulteriore contrazione di domanda. Fenomeno che aggraverebbe la recessione. Le innovazioni virtuose che ci avvicinerebbero ai paesi del Nord Europa sono molto più delicate, e presenterebbero effetti poco tangibili nel breve termine rispetto alla spending review e alla flessibilizzazione dei salari.

Quali sono questi interventi?

È urgente agire sui tempi dei processi civili che rallentano gli investimenti produttivi, promuovere l’accesso alla banda larga su cui registriamo un ritardo rispetto al resto d’Europa, recuperare il gap in istruzione, burocrazia e procedure per avviare un’impresa. Il governo deve intervenire subito su tale fronte. Ma finora ha dato priorità al terreno delle riforme istituzionali in modo del tutto discutibile.

Cosa si può fare sul fronte dei tagli alla spesa pubblica?

Centralizziamo le stazioni appaltanti per le opere di interesse collettivo, applichiamo i costi standard utilizzati dalle amministrazioni virtuose per l’acquisto dei farmaci, sfoltiamo la selva delle aziende partecipate regionali e statali. Rilevo però come tali interventi siano controproducenti nell’ottica keynesiana dell’incentivo alla richiesta interna di prodotti italiani.

Nel terreno fiscale in quale direzione bisogna muoversi?

Restituire ai cittadini parte delle risorse scaturite dai tagli di spesa pubblica non si è rivelato proficuo, visto l’aumento contemporaneo dei tributi locali e il naturale timore dei contribuenti a consumare. È preferibile semmai utilizzare i risparmi frutto della spending review per ridurre le tasse sulle imprese. Una scelta tuttavia assai complicata.

Per quale motivo?

Richiederebbe misure radicali per decine di miliardi, in un’Unione Europea ricca di paradisi fiscali e in un contesto mondiale di competizione fiscale al ribasso. Emblematico l’esempio di Google, che trasferisce parte rilevante dei propri utili in realtà come l’Irlanda.

La persuade il progetto di Fondo Europeo di Redenzione per condividere e risanare i debiti sovrani tramite Euro Union Bond garantiti dal patrimonio industriale, valutario e fiscale nazionale?

Per risolvere il problema dei debiti sovrani l’unica strada contempla la loro gestione condivisa da parte delle istituzioni comunitarie. La ricetta più efficace è quella per cui la BCE acquista la parte eccedente il passivo di bilancio dei vari Stati membri dell’Euro-zona per una ristrutturazione nel lungo termine. Risanamento che potrebbe essere pagato tramite i diritti di signoraggio: i redditi complessivi prodotti dall’emissione di moneta ad opera delle banche centrali. Altre ipotesi mi sembrano “proposte capestro”.

Vi spiego perché l’accordo tra Renzi e Draghi è un salto nel vuoto. Parla l'economista Becchetti

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