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Mi sembra di rivivere l’estate 1939. Quando i due grandi dittatori del XX secolo, entrambi atei – il padre-padrone di tutte le Russie, Joseph Stalin; e il rifondatore dell’arianesimo inteso come purezza della razza, Adolf Hitler -, col patto Molotov-von Ribbentrop, decisero di spartirsi la Polonia, assoggettando la maggioranza cattolica che gestiva una democrazia rurale e introducendo l’annientamento sistematico della consistente popolazione ebraica. Furono quelli i prodomi dell’incendio mondiale conclusosi soltanto con il bombardamento nucleare di Hiroschima e Nagasaki, la fine dell’Asse Berlino-Roma-Tokyo e le intese di Yalta sulla divisione del mondo in aree d’influenza premianti l’espan¬sionismo sovietico.

Dinanzi all’esplosione di un conflitto tutt’altro che convenzionale, gli intellettuali gauscisti del fronte popolare francese insorsero, chiedendosi se valesse la pena «morire per Danzica». In Italia, Mussolini, innamoratosi della Spada dell’Islam, sposò la tesi temporanea di una neutralità comunque distante dalle potenze «demo-giudaico-plutocratiche» dell’Occidente. Ed esaltò l’islamismo anticolonialista da questo ancora rappresentato come se davvero ci fosse un colonialismo «buono» (quello dell’Italia politica che confidava nella quarta sponda africana settentrionale e negli orti impossibili dell’arida Abissinia), rispetto ad un colonialismo «cattivo», impersonificato da Francia e Inghilterra e collegato con la finanza ebraica internazionale.

Mussolini incantò gli italiani, giurando che non si sarebbe mai schierato con l’Occidente decadente, destinato a estinguersi; ed anche fra i littorialisti di Bottai trovò consensi per il suo filoislamismo antistorico, e contraddittorio con quella linea concordataria con la Chiesa che aveva consentito al fascismo di chiudere la questione romana ma garantendosi il sostegno convinto di un cattolicesimo politico svenatosi negli anni Venti, osteggiato dall’azione cattolica di Luigi Colombo, per affermare una democrazia non corporativa ma interclassista. Eppure Pio XI fece in tempo, prima di morire nel febbraio 1939, a condannare il nazismo definendolo «culto idolatra», e «satanico flagello», il comunismo, come dottrina ed esperienza storica.

Oggi, di fronte agli orrori e al fondamentalismo di un Califfato che non propone una fede religiosa calibrata in termini di civiltà «superiore» ma fa, della violenza e dell’assassinio, le proprie armi di persuasione tutt’altro che occulta, in Europa e soprattutto in Italia, movimenti e personalità con incarichi istituzionali di primo livello, giungono a giustificare il terrorismo del Califfato e dell’Isis come unico rimedio possibile a una «dittatura» della maggioranza, che non ha più confini ideologici, ma solo convenienze opportunistiche di potere temporaneo che non capirebbe il senso di liberazione che una lettura deviante del Corano presupporrebbe. Non si danno altre interpretazioni. Si confida in una cultura rinunciataria e in una politica suicida di un ceto politico che tenta di sopravvivere comunque, anche a dispetto di una maggioranza di popolo che non si reca neppure più alle urne, non riconoscendosi nei partiti che ci sono.

Tutto ciò non può non preoccupare e spaventare quanti, nella cultura, individuano invece un aspetto dell’umana convivenza, una capacità dialogante, il modo per riconoscere il diritto ad ogni tesi ma non la pretesa di imporsi con la violenza, l’assassinio, l’arbitrio di sopprimere chi non accetta il ritorno alla barbarie e ad un medioevo paleolitico, già sperimentato nei millenni e nei secoli passati. Non credo di esagerare nel confronto col 1939 e coi soggetti che, all’epoca, s’imposero con la forza, non incontrando alcuna resistenza – anzi! – da parte di intellettuali pavidi e rinunciatari alla stessa loro funzione di usare la razionalità, non la condiscendenza verso settarismi e integralismi religiosi (o parareligiosi).

Non parlo tanto per me, quanto pensando a figli e nipoti che hanno il diritto di vivificare l’evoluzione dell’umanità e non trovarsi, invece, innanzi ad un arretramento millenaristico terribile: oltre tutto promosso da ambienti ricchi, che possiedono risorse naturali e finanziarie (pozzi, oleodotti, raffinerie) enormi e hanno, come fonti di finanziamento, tasse sui redditi su circa 1,2 milioni di popolazione assoggettata, vendita di petrolio e elettricità, estorsioni effettuate sotto la permanente minaccia di una rivoluzione mondiale affidata a squadre di fanatici tagliagole che s’inebriano d’odio e ricorrono allo schiavismo sessuale delle donne rapite a frotte, meglio se ingenue vittime della loro stessa incoscienza.

Ci sentiamo dire dai nostri rappresentanti di governo che l’Isis minaccia anche l’Italia. Purtroppo è la realtà di un Paese a maggioranza cattolica che non possiede reagenti culturali adeguati a ciò che si va prospettando in tutti i continenti, non solo nel Medio Oriente che non trova pace, neppure per brevi tregue. Sì, certo, non è che si debba tornare al tempo delle giustificazioni delle «guerre giuste» perché prive di alternative.

Ma se il terrorismo (come al tempo degli opposti estremismi nati dalle strambe idee del giovanilismo occidentale) è considerato «amico» e non soggetto equivoco e deviante (come la realtà effettuale ha dimostrato), non si può fingere di non vedere, di non sentire, di non parlare come le famose tre scimmiette che si astengono anche dal pensare; ma occorre una reazione convinta, non succube degli eventi. Assieme ad una mobilitazione di intellettuali che siano onesti con se stessi e non si affidino al conformismo, giudicandolo come fosse davvero anticonformistico, mentre Papa Francesco ha appena detto al mondo che siamo dinanzi ai sintomi premonitori di una Terza Guerra Mondiale.

L'Isis e la politica suicida dell'Italia

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