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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori pubblichiamo l’analisi di Pierluigi Magnaschi, apparsa sul quotidiano Italia Oggi.

Lo scontro fra Mosca e gli Stati Uniti viene pagato soprattutto dai Paesi europei, come dimostrano anche le penalizzazioni all’export di prodotti agroalimentari in Russia deciso da Putin. La colpa di questo stato di cose viene da lontano ed è molto complessa ma la si può facilmente attribuire all’Europa che non è stata sinora in grado di dotarsi di una politica continentale credibile e autorevole.

Per paradossale che si possa ritenere, lo scontro fra l’Occidente e Mosca sulle aree di influenza europee ad Ovest della Russia è molto più pericoloso di quello fra Hamas e Israele ma è anche molto più facilmente disinnescabile. Hamas infatti ha deciso di annientare Israele. Da più di tre generazioni tenta di realizzare questo colpo. Chi comanda a Gaza non ha interesse a tutelare la vita dei suoi cittadini ma solo ad alimentare la guerra santa (che è condivisa dalla grande maggioranza di questi cittadini). Non è uno scontro di interessi ma di valori primi. Valori deplorevoli, certo (non si può volere il completo annientamento dell’avversario), ma anche non trattabili.

Nel rapporto Occidente-Russia sono invece in gioco gli interessi. E sugli interessi ci si può sempre accordare. Basta essere accorti, trattare con intelligenza. Far capire all’antagonista che si è forti, uniti, determinati e far capire anche fin dove si è disposti a cedere e dove invece si farà resistenza.

La Russia è oggi sospesa. Da una parte, si sente europea (nella corte degli zar si parlava francese). Dall’altra, sa di essersi alienata questa vicinanza (che è geografica e storica) con la violenza della sua passata dittatura comunista. Dall’altra parte, al suo Est, la Russia ha un possibile alleato, però più esibito che utilizzabile, la Cina. Con la quale infatti non esitò a fare la guerra dell’Ussuri quando i due paesi erano entrambi fratelli gemelli perché, ambedue, comunisti doc.

Dopo il crollo del Muro di Berlino, quando l’Urss era ridotta a polvere, l’America continuò a guardare alla Russia come il grande nemico, anziché rassicurarla. In questo gioco, l’Europa è stata a guardare lasciando (con la sola eccezione tedesca e, in parte, italiana) che la politica con l’Urss fosse quella della Nato, uno strumento che, da difensivo, diventava, in queste mutate circostanze, una oggettiva minaccia. Gli Usa arrivarono a proporre l’installazione di missili rivolti verso la Russia in Polonia, a qualche centinaio di chilometri da San Pietroburgo. Colti con la mano nel sacco, Washington arrivò a dire che quelle batterie servivano a contrastare i missili dell’Iran!

Un’Europa unita, rappresentata da un ministro degli esteri autorevole (simil-Kissinger, penso; non certo tipo Ashton o Mogherini; meglio star senza, allora; almeno così è chiaro a tutti che non c’è una politica estera comune): ci vuole un’Europa unita e rappresentata al massimo livello che avrebbe dovuto rassicurare Putin sul fatto che l’Europa ha le porte spalancate a una Russia che voglia collaborare.

L’Europa è un grande bacino di conoscenze tecniche e di risorse imprenditoriali (e, nello stesso tempo, è affamata di risorse energetiche). Fra l’Europa e la Russia c’è quindi una fruttuosa complementarietà di interessi che può essere coltivata con vantaggi per tutti e due i contraenti.

Il conflitto invece nuoce a entrambe le realtà. Ma il conflitto lo si può superare solo se l’Europa prende in mano il suo destino e non lo delega ad altri che hanno interessi diversi.

Non c’è alternativa, oggi, a un lavoro paziente (e possente) di ricucitura fra l’Europa e la Russia. Se non si riesce a svolgerlo e a portarlo a termine, le conseguenze saranno, non solo gravi, ma anche drammatiche. Adesso lo pagano, e duramente, gli straordinari viticultori europei. Fra poco lo pagheranno le griffe che tanto successo trovano in Russia. Poi l’industria turistica e l’attività imprenditoriale. Poi… non riesco a pensarci.

È sicuramente tardi per invertire la marcia. Ma è ancora possibile. Non è l’ora degli oltranzismi, questa. Ma l’ora della diplomazia. Quella grande. Se Renzi riesce a collocare la Mogherini come Madame Pesc, è fatta. Vuol dire che l’Europa vuol restare un nano nel concerto internazionale. E tutti ne pagheremo le conseguenze.

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