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Nei giorni scorsi è circolata una interessante analisi realizzata da Alex Hillsberg e dal suo team di CompareCamp.com. L’oggetto della ricerca è la catena di produzione della Apple e, in modo particolare, quella del recentemente lanciato e sbandierato iPhone 6. Dal calcoli del team di CompareCamp.com emerge che il nuovo apparecchio di Cupertino dovrebbe incrementare del 5% l’export di elettronica del Giappone e dell’8,6% quello di Taiwan. Le sole aziende di macchine di assemblaggio nipponiche venderanno alla Cina qualcosa come 1,17 miliardi di dollari di impianti. Mentre i ricavi stimati per i fornitori-Apple dell’ex isola di Formosa sono pari a 27 miliardi di dollari (non si dice entro quale anno, ma si fa riferimento agli ordini commissionati da Apple). Per la Cina non viene fatto il conto dei miliardi, ma si stima che i due big dell’assemblaggio, Foxconn e Pegatron, si spartiranno una torta di 50 milioni di iPhone entro la fine del 2014.

Ebbene, questa colossale torta spalmata sull’intero circuito del globo, comporta anche rischi crescenti. Sempre l’analisi di CompareCamp.com, spiega che Apple nel 2013 ha dovuto incrementare del 51% gli audit (le verifiche) sulla catena di fornitura, portandole a 451, attività che ha rilevato come un milione di operai superi le 60 ore settimanali poste come limite consentito di lavoro. Inoltre, gli analisti rilevano come l’incremento degli investimenti legati all’iPhone 6 renda sempre più veloce l’assimilazione del modello produttivo cinese a quello americano, anche in termini di costi. Chiedendosi: non è che a breve sarà la Cina a delocalizzare negli Usa? Nel qual caso, tutti i costi per aver spalmato la catena di produzione ai quattro poli terrestri, dovranno essere ri-affrontati per ridisegnarla.

Infine, i dati più interessanti. Lo studio mette in luce che Apple dovrebbe sostenere un investimento di 4,2 miliardi di dollari se decidesse di postare l’intera catena di prodotto negli Stati Uniti. Sembra una cifra colossale. Tuttavia, ed ecco la sorpresa, in termini di costo per prodotto, CompareCamp.com stima si possa compensare alzando il listino degli iPhone di 4 dollari a pezzo. Quattro dollari!

È con questi 4 dollari a pezzo che si confronta una parte del valore della sostenibilità socio-ambientale di Apple. I risultati di CompareCamp.com suggeriscono che la delocalizzazione non sia più la strategia univoca della crescita per Apple. Se Cupertino mettesse in fila i guadagni in termini di dollari, ma, ancor più, in termini di posti di lavoro creati negli Stati Uniti, e riuscisse poi a valorizzarli come effetto di un’azienda capace di sostenere il territorio in cui vive e prospera, potrebbe vendere i suoi iPhone con ancora maggiore simpatia e fidelizzazione: questi aspetti valgono 4 dollari in più? E tutto questo senza considerare gli inevitabili sostegni politici (e quindi economici) che un rientro della produzione potrebbe generare.

Un insieme di fattori che renderebbero Apple più americana e più socialmente responsabile. Nonché, in prospettiva, forse anche più ricca.

 

 

 

Con 4 dollari Apple si compra la sostenibilità

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