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Forse un po’ ce ne eravamo scordati e va reso merito a Vittorio Feltri per il fatto di rinfrescarcene la memoria, ma il latino oltre a essere la radice, “visibile” e “invisibile” della nostra civiltà, è anche un patrimonio spirituale e civile da cui non si può prescindere. Il cui studio è un fondamentale momento formativo alla riflessione, al ragionamento, al pensiero, nell’educazione civile e culturale di ogni cittadino. Una lingua con cui tantissimi di noi, compresi quelli che hanno concluso i loro studi alle medie, hanno avuto a che fare. Un latino che ci ha aiutato al liceo in quanto palestra di analisi, intuizione, logica e razionalità, man mano che traducevamo le versioni rifilateci da occhiuti professori, ma anche per comprendere il significato e l’etimologia di parole complesse. Segno che il latino non solo serve a capire la nostra storia, ma anche la nostra lingua. Da cui c’è ancora molto da imparare e riflettere nella nostra società governata dal presentismo e dall’appiattimento linguistico.

Va reso merito, quindi, a Vittorio Feltri (che tra l’altro non a caso è membro del Comitato dei garanti dell’Academy Spadolini), mentre siamo sommersi tra giornali, televisioni, social, che ci rifilano man mano frasi e citazioni piene di più o meno consapevoli anglismi o di pittoreschi neologismi di matrice anglosassone, che rispolvera con il suo ultimo libro: “Il latino lingua immortale. Perché è più vivo che mai” (Mondadori). Un bel libro in cui il grande giornalista e direttore con le tipiche capacità di semplificazione, sintesi e divulgazione che lo caratterizza ci aiuta, infatti, a recuperare il senso più profondo del latino, tessendone allo stesso tempo un potente atto d’amore. Il libro di Feltri racconta il vero portato e significato formativo del latino e degli insegnamenti che vengono da questa lingua di cui abbiamo goduto e ancora godiamo in tanti. Con vari paragrafi del libro che colgono e illustrano il senso di frasi idiomatiche, di citazioni famose e di brocardi. Il libro si snoda con capitoli che illustrano il senso profondo di frasi idiomatiche, ad esempio “alea iacta est” o “carpe diem”. Feltri, inoltre, nel testo coglie un aspetto fondamentale cruciale: il latino come essenziale strumento di pedagogia civile. Il confronto con la lingua e la cultura latina ne conferma, infatti, l’immortalità e la profonda attualità poiché in esso si trova “l’essenza più autentica della nostra tradizione ideale e civile”.

L’approfondimento della cultura latina è infatti un’occasione inesauribile di confronto con una civiltà che tra le tante cose ha fatto delle virtù civiche, della difesa della Res Publica, dell’etica pubblica (almeno idealmente) il suo centro. Tanto che proprio nei motti, negli aforismi, nelle opere dei grandi scrittori, giuristi e pensatori romani troviamo sintesi di pedagogia civile che se adeguatamente analizzati potrebbero fornire spunti per affrontare i nostri vizi storici. Mi permetto, quindi, di segnalare alcuni brocardi che hanno segnato generazioni di studenti di giurisprudenza. Sentenze che sono ricche di una attualità e di una esattezza ben maggiore di tanti slogan o formule mutuati dall’inglese e di cui dovrebbe fare tesoro la nostra classe dirigente e politica per riscoprire il significato di una vera pedagogia civile.

“Qui iure suo utitur neminem laedit”, ci insegnavano a diritto romano: “Chi esercita un proprio diritto non fa male a nessuno”. Un principio ancora di grande validità, soprattutto quando davvero non pregiudica i diritti degli altri. A cui andrebbe abbinato “nemo locupletari potest cum aliena iactura” che spiega che nessuno può arricchirsi a scapito di altri: un sano principio di etica pubblica e privata. “Summum ius summus iniuria”, troppo diritto finisce per generare troppa ingiustizia. Un brocardo che va letto assieme ad una citazione di Tacito, “corruptissima re publica plurimae leges”, una sentenza che va tradotta in modo non letterale: “Più sono le leggi in uno stato più esso è corrotto”. Due massime che mostrano le più comuni degenerazioni del rapporto tra leggi e cittadini. Formule che sicuramente hanno ispirato Montesquieu quando scrisse nel suo “Lo spirito delle leggi”: “Le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie”. Una frase che potrebbe essere la biografia della legislazione italiana…

Ecco quindi che grazie al latino cogliamo anche un nodo fondamentale della nostra vita, civile, economica e sociale: il complesso difficile rapporto tra i cittadini e le leggi. Specie in tempi di decadenza piena della qualità della legislazione come quelli attuali. D’altronde già Antonio Gramsci (non certo un autore di riferimento di chi scrive) sosteneva che “non si imparava il latino e il greco per parlarli. Si imparava […] per essere se stessi e conoscere se stessi consapevolmente”. E il latino non ci aiuta solo a conoscere noi stessi e ad esserlo di più, ma anche a cogliere fenomeni e aspetti del presente e del futuro. L’elenco delle citazioni che riguardano il rapporto fra il cittadino e lo stato potrebbe, infatti, proseguire attingendo a Tacito, a Seneca, a Ovidio, a Virgilio. I cui insegnamenti sono ben più attuali delle acrobazie digitali di certa intelligenza artificiale mal digerita.

Attualità e necessità del latino oggi. Il commento di Tivelli

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