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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori pubblichiamo l’articolo di Tino Oldani, apparso sul quotidiano Italia Oggi.

L’analisi che Federico Rampini, scrivendo da Washington con una visuale americana, ha dedicato ieri sulla Repubblica alle ricette molto diverse messe in campo dalle banche centrali degli Stati Uniti e dell’Europa per contrastare la recessione, ha spazzato via in un sol colpo la montagna di ipocrisie che da tempo le élites italiane, bancarie e politiche, vanno raccontando da pulpiti sempre più screditati. Se n’è avuta l’ennesima prova all’assemblea annuale dell’Abi, dove è andato in scena un autentico dialogo tra sordi. Da una parte, portatori del tipico ottimismo renziano, il governo e la Banca d’Italia, con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il governatore Ignazio Visco, prodighi di promesse sulla disponibilità di maggiori crediti alle imprese (ben 200 miliardi di euro! a sentire Visco), il tutto grazie alle recenti decisioni della Bce di Mario Draghi. Dall’altra il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, costretto dai numeri a fare la parte del pessimista, poiché nelle banche italiane ci sono ben 290 miliardi di crediti deteriorati, ai quali si somma una “normativa fiscale avversa”, per cui il governo di Matteo Renzi dovrebbe – a sentire il capo dei banchieri – fare un “forte ripensamento” delle imposizioni fiscali, e produrre “riforme non confuse”, altrimenti niente credito più abbondante, e addio ripresa economica.

Da parte sua, deposto il turibolo d’incenso che sulla Repubblica accompagna di solito gli articoli dedicati a Draghi, Rampini fa un liscio e busso al presidente della Bce come non se n’erano mai visti. Dopo essersi chiesto come mai gli investitori europei comprano i Bund tedeschi se il loro rendimento è pari a zero, Rampini spiega che tutto ciò si deve al fatto che la cura Draghi contro la recessione è praticamente fallita. Dovunque, tranne che in Germania, l’economia continua ad andare male, e la paura del peggio sta spingendo gli investitori verso l’unico porto ritenuto sicuro, tale da garantire il capitale, anche se rende zero.

“Non sta funzionando dunque quella terapia d’emergenza, che la Bce ha avviato a base di crediti gratis e promesse di finanziamenti alle piccole imprese” scrive Rampini. E facendo proprie critiche del Nobel dell’economia Paul Krugman, dell’istituto Bruegel di Bruxelles e della voceinfo.it, aggiunge: «Draghi ha agito tardi e ha fatto ancora troppo poco. Anche le ultime mosse della Bce restano al di sotto di quelle terapie d’emergenza che per cinque anni consecutivi la Federal Reserve americana ha usato con spregiudicatezza per rianimare la crescita». La prova? «L’euro continua a viaggiare su una parità tra 1,35 e 1,37 dollari. Una sopravalutazione folle».

Più avanti, Rampini sottolinea che il nuovo presidente della Fed, la signora Janet Yellen, «rappresenta una novità vera nel panorama dei banchieri centrali. È una economista di sinistra, convinta che si può e si deve fare ancora molto per guarire i traumi sociali dell’ultima recessione. Non si accontenta del calo costante del tasso di disoccupazione. Vuole veder salire anche i salari. Vuol vedere ritornare sul mercato del lavoro quei disoccupati scoraggiati, che erano scomparsi dalle statistiche».

Dovendo trovare un capro espiatorio per la mancata ripresa dell’economia, è probabile che anche i politici europei si aggiungano tra breve al coro dei critici americani di Draghi. In Germania, la gara nel dare addosso alla Bce è già iniziata ad opera dei fautori dell’austerità, con argomenti condivisi soltanto dalla parte più conservatrice del governo di Berlino. Ma una simile campagna denigratoria avrebbe il non piccolo difetto di ignorare che se Draghi ha potuto fare poco, lo si deve al fatto che sono proprio i trattati europei e lo stesso statuto della Bce a legargli le mani.

Ancora una volta, cito il mio economista preferito, il Nobel Joseph Stiglitz, che ha dedicato molte pagine dei suoi saggi proprio alla grande differenza che corre tra la Fed e la Bce: «La Fed deve badare all’inflazione, alla crescita e all’occupazione, mentre la Bce è tenuta a concentrarsi soltanto sull’inflazione». Tutto ciò si deve al Trattato di Lisbona, che impone alla Bce di prestare soldi soltanto alle banche, e non ai governi, come fanno tutte le altre banche centrali nel mondo.

Una regola demenziale, imposta dai tedeschi, che – memori di Weimar – pretesero (riuscendoci) di porre in capo alla Bce un solo compito, quello di contrastare l’inflazione, lasciando ai singoli governi nazionali dell’eurozona la competenza esclusiva in materia di crescita e di occupazione. Sono queste le regole che legano le mani a Draghi, e gli impediscono di agire come fa la sua collega Yellen, che guida la Fed. E appena prova a sconfinare, come è accaduto con i timidi tentativi di “quantitative easing” europei (i mille miliardi di due anni fa erogati alle banche, più i recenti 400), i tedeschi lo diffidano all’istante, in testa il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, un falco dell’austerità. Risultato: pensare che con 400 miliardi si possa rilanciare l’economia dei 27 Paesi dell’eurozona in crisi (28 con la Germania, che però non ne ha bisogno), è pura illusione.

Un contesto simile non è affatto favorevole all’Italia, che avrebbe tutto da guadagnare dalla revisione delle clausole più demenziali dei trattati europei e del Fiscal compact. Ma la scarsa cultura europea del premier Renzi in materia (documentata dall’assenza dell’Europa nei suoi “cento punti per l’Italia”), l’approccio dilettantistico al semestre europeo, unito all’ipocrisia abituale del governo sui temi economici, come si è visto anche all’assemblea dell’Abi, inducono a temere che il peggio deve ancora arrivare. E i rumors di questi giorni su una possibile gelata dei mercati in autunno sembrano confermarlo, purtroppo.

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