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L’hanno trovati. Nel pomeriggio di lunedì, volontari che stavano aiutando le forze di sicurezza israeliane nelle ricerche, hanno rinvenuto ad Halhul, nei pressi di Hebron, nascosti tra i cespugli in una buca poco profonda, tre corpi senza vita appartenenti a tre giovani persone di sesso maschile. Quasi non ci sono stati dubbi fin da subito, senza la necessità dei rilievi forensi, che si trattasse di Naftali Frankel, Gilad Shaar e Eyal Yifrach, i tre giovani yeshiva rapiti nella tarda serata del 12 giugno.

Cosa accadde quella sera, è stato ricostruito dagli investigatori, ma dovrà essere verificato e approfondito. I tre si trovavano al Geva’ot Intersection, incrocio ad ovest dell’insediamento di Alon Shvut nell’Etzion Bloc – siamo a pochi chilometri a sud di Gerusalemme, altrettanto vicini alla palestinese Hebron. Facevano autostop, pratica molto diffusa tra i teenager israeliani, e non solo; tanto che l’esercito si è visto costretto a vietarla ai militari, sia in divisa che in borghese: il rischio è di finire nell’auto sbagliata. Come quella beccata da Naftali, Gilad e Eyal.

Da quanto riportano le ricostruzioni, i rapitori – sembra fossero in due – all’inizio avrebbero visto soltanto uno dei tre, forse Yifrach. Poi si sarebbero accorti degli altri, ma a quel punto non potevano tornare indietro e li hanno caricati lo stesso. Gli studenti si sono accorti subito che qualcosa non andava, tanto che dal sedile posteriore della Hyundai i35 dove erano saliti, è partita una chiamata per chiedere aiuto. Due minuti e nove secondi di conversazione, che un ufficiale di turno ha praticamente portato avanti da sola, dopo le prime parole di uno dei ragazzi: “Siamo stati rapiti”. La linea non c’era più: l’ufficiale ha richiamato diverse volte, ma il telefono era occupato, poi spento – ci sono state molte polemiche sul ritardo con cui l’allarme è stato trasmesso ai servizi.

Quando hanno realizzato della chiamata, i rapitori si sarebbero spaventati e, anche per paura di essere sopraffatti data l’inferiorità numerica nello stretto dell’abitacolo, avrebbero ucciso i tre – proprio sul sedile posteriore, “a sangue freddo” ha detto il primo ministro Netanyahu nella sua dichiarazione.

I passaggi successivi di questa ricostruzione, comprendono un cambio d’auto – la Hyundai è stata ritrovata bruciata – per poi raggiungere uno spazio idoneo per abbandonare i corpi, come quello del sobborgo periferico di Halhul. Il terreno in cui sono stati scaricati, e dove poi sono stati ritrovati, apparterrebbe alla famiglia Kawasme, quella di uno dei due soggetti sospettati fin dall’inizio: Marwan Kawasme, l’altro si chiama Amer Abu Aysha – uomini appartenenti all’universo di Hamas, anche se il gruppo Kawasme ha storicamente rappresentato una componente piuttosto indipendente. Entrambi sarebbero scomparsi dalle loro case, e ancora sono clandestini: ma lo Shin Bet ha intercettato chiamate e conversazioni, dove si faceva il loro nome e le ricerche (che hanno prodotto oltre 400 arresti di palestinesi) si sono concentrate sue due – la casa di Kawasme è stata demolita nella serata di lunedì.

Non “bravi” terroristi, comunque: la paura che li avrebbe spinti ad uccidere gli ostaggi, è contraria all’eventuale piano di sfruttare i tre come contropartita per il rilascio di prigionieri palestinesi, e complica notevolmente le cose.

“Human animals”, li ha definiti Bibi nello statement ufficiale, nel quale ha promesso vendetta contro chi “uccide bambini. Tuttavia dalla riunione del gabinetto di emergenza israeliano, convocata appena arrivata la comunicazione del ritrovamento, non si è usciti con una linea precisa sulla reazione: sembra che qualcuno dei presenti abbia espresso perplessità sulla possibilità di una “risposta dura” – martedì ci sarà un nuovo consiglio. Forse, dietro ci sono anche le dichiarazioni di Sami Abu Zhuri, portavoce di Hamas, che ha sottolineato che nessun gruppo palestinese, e che fa riferimento all’organizzazione, ha rivendicato l’iniziativa: circostanza strana, in effetti, e che potrebbe portarsi dietro risvolti particolari.

La situazione è tesissima: lunedì molti razzi – quattordici stando alle segnalazioni, una sessantina in tutto quelli lanciati in giugno – sono stati lanciati da Gaza, senza fortunatamente fare danni, sebbene gli obiettivi individuati fossero tutti civili. Scontri con le forze di sicurezza sono avvenuti nel West Bank e – secondo notizie che giravano su Twitter – sembra che gli uomini dell’IDF avrebbero impedito alle ambulanze di soccorrere i feriti; mentre a Gerusalemme la polizia è dovuta intervenire per proteggere un palestinese dal linciaggio della folla.

Nelle prime ore della mattinata, di martedì, prima dell’alba, per risposta ai razzi contro le comunità del sud israeliano, l’aviazione di Tel Aviv ha lanciato 34 diversi raid sulla Striscia di Gaza, verso obiettivi sensibili di Hamas.

@danemblog

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