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Pubblichiamo un articolo di Affari Internazionali

Con la sua incredibile avanzata nell’Iraq settentrionale, il gruppo jihadista noto come Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (Isil, secondo l’acronimo inglese) ha stordito il governo di Baghdad e l’intera comunità internazionale.

Dopo mesi di sforzi armati per mantenere il controllo su Falluja e di parziali insuccessi nella campagna volta a estendere la propria influenza sulla provincia occidentale di Al-Anbar, l’Isil si è impadronito in pochi giorni di Mosul, la seconda città del paese, di parte della provincia di Ninive e di Tikrit, città natale dell’ex dittatore Saddam Hussein.

UN QUADRO FUORVIANTE

L’esclusiva attenzione riservata dai mezzi di informazione occidentali a questo gruppo jihadista coinvolto anche nel vicino conflitto siriano rischia tuttavia di fornire un quadro fuorviante rispetto a quanto sta realmente accadendo in Iraq.

L’avanzata dell’Isil appare tanto più inspiegabile se si pensa che il gruppo ha subito pesanti perdite negli ultimi mesi in Siria, dove ha dovuto arretrare a causa di una guerra fratricida con formazioni islamiste come Jabhat al-Nusra.

La disorganizzazione e la corruzione di cui soffre l’esercito regolare di Baghdad non sono sufficienti, da sole, a giustificare il fatto che poche migliaia di jihadisti hanno conquistato una porzione così ampia di territorio iracheno.

AL FIANCO DEI JIHADISTI

La dinamica degli eventi si chiarisce se si prende in considerazione la comunità sunnita irachena nel suo complesso. Molti abitanti di Mosul consideravano le forze regolari di Baghdad come un esercito sciita di occupazione e hanno perciò accolto i miliziani dell’Isil come dei liberatori. In aggiunta, a fianco del movimento jihadista stanno combattendo altre formazioni sunnite.

In questa bizzarra (e probabilmente temporanea) alleanza, spiccano gruppi baathisti come quello guidato da Izzat Ibrahim Aal-Douri, già comandante militare e braccio destro di Saddam, e l’esercito degli Uomini dell’Ordine di Naqshbandi. Ad essi si aggiungono l’Esercito islamico (una miscela di islamisti e nazionalisti), gruppi tribali ed altre milizie. Nelle file dell’Isil si sono addirittura arruolati ex militari baathisti.

UNA “PRIMAVERA IRACHENA”

L’offensiva dell’Isil e degli altri gruppi è stata salutata come una “primavera irachena” da Tariq Al-Hashemi, vicepresidente sunnita dell’Iraq fino al 2011, poi fuggito dal paese poiché accusato dal governo sciita di Nuri Al-Maliki di “sostegno al terrorismo”. Accolto con tutti gli onori a Doha e Riyadh, nemiche giurate di Maliki, Hashemi vive ora in esilio in Turchia.

L’Associazione degli ulema musulmani dell’Iraq, un’organizzazione che riunisce alcuni fra i più influenti religiosi sunniti del paese, ha anch’essa definito gli eventi di questi giorni come una “rivoluzione”, e ha ammonito che attribuirli esclusivamente all’Isil è un tentativo di infangare l’azione rivoluzionaria.

Molti esponenti dell’Associazione operano da Amman, in Giordania, dove negli ultimi anni si è organizzata buona parte dell’opposizione sunnita a Maliki. L’Associazione ha rapporti con numerosi capi tribali, a loro volta organizzatisi in un Consiglio militare unificato (affollato di ex generali dell’esercito di Saddam) che è presente soprattutto nella provincia di Al-Anbar, ma anche in quelle di Ninive e Salah Al-Din.

LO SCONTRO TRA FAZIONI

La portata di questa mobilitazione spiega la reazione allarmata del governo Maliki e dei suoi alleati (tra cui l’Iran), e la loro necessità di arruolare migliaia di volontari sciiti per contrastarla. Sebbene il premier iracheno e Teheran abbiano interesse a stigmatizzare quanto sta avvenendo come un fenomeno puramente “terroristico”, la sfida che si profila per Baghdad va ben al di là di qualche migliaio di combattenti dell’Isil.

Tale sfida è il risultato della decisione di una parte consistente della comunità sunnita di abbandonare il processo politico, monopolizzato dal governo autocratico di Maliki. A questa decisione ha contribuito anche la disfatta sunnita nelle recenti elezioni legislative.

Non tutte le colpe dell’attuale stallo politico sono tuttavia imputabili al governo. Se è vero che le politiche discriminatorie da esso portate avanti all’insegna della “debaathificazione” dello stato hanno alienato la comunità sunnita, è anche vero che quest’ultima non è riuscita a dare una risposta rassicurante alle paure della maggioranza sciita del paese, lungamente perseguitata sotto Saddam.

IL PROCESSO DI RICONCILIAZIONE

Al fallimento del processo di riconciliazione ha poi contribuito la riorganizzazione dello stato iracheno su base confessionale all’ombra dell’occupazione statunitense, a partire dal 2003. A ciò bisogna aggiungere le pesanti ingerenze di tutti i paesi vicini negli affari interni iracheni – non solo quelle dell’Iran a sostegno del governo Maliki, ma anche quelle di Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

Questi ultimi due paesi, in particolare, hanno emarginato il governo sciita considerandolo una mera pedina di Teheran, malgrado le aperture compiute da Baghdad nei loro confronti. Essi hanno invece appoggiato le diverse componenti della frammentata opposizione sunnita in chiave anti-iraniana.

La prospettiva verso cui si avvia l’Iraq è ora quella di un rinnovato conflitto a sfondo settario, complicato dalle suddette ingerenze regionali, secondo un copione simile a quello siriano. Anzi, la crisi irachena e quella nella vicina Siria appaiono ormai legate in maniera crescente attraverso un confine sempre più virtuale, e potrebbero fondersi in un unico spaventoso conflitto regionale.

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Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale”, di recente pubblicazione.

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