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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo il cameo di Riccardo Ruggeri apparso su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi.

Mi sono letto paginate di giornali, guardato le Tv, registrato persino cosa Papa Francesco ha detto sulla corruzione al Fondatore, ora posso immaginare le parole chiave con le quali convivremo. Due: «Quante stazioni appaltanti?» 30.000 come ora, oppure 3.000, 300, 30, 3 o «una»?, e poi: «Che poteri assegnare al magistrato Cantone?» Con una sottesa: «Uno come Cantone in quel ruolo, serve?» Visto che finora nessuno l’ha posta, ne faccio un’altra, con risposta incorporata: «Come gestiscono il fenomeno della corruzione, gli AD dei grandi gruppi industriali privati?» Ho fatto l’AD per 20 anni, conscio di un’ovvietà: «Tutti noi uomini siamo di natura corruttibili e corruttori, il non esserlo è l’eccezione». Per me l’esistenza di «corruttibili/corruttori» è un punto fermo, lo è lo statale che non fa nulla (ruba lo stipendio), l’operaio in cassa integrazione che svolge altri lavori, il supermanager che usa la cassa in deroga pur avendo deciso di sfilarsi dal paese, il funzionario che mette il fascicolo «in cima o sotto» della pila, per favorire l’amico o il partito, e così via. Nasciamo tutti “perbene”, l’investimento sull’educazione civica, sull’etica, sull’esempio genitori-figli, dovrebbe essere alla base del vivere civile. Quelli della mia generazione l’hanno avuta, quelle post ’68 no.

L’AD di un’azienda privata sa che “deve difendersi” dai suoi collaboratori, che possono essere corrotti/concussi dai fornitori (area progettazione e acquisti) o dai clienti (area vendita, assistenza tecnica). Sapere pure che in certe gare all’estero l’Ente Pubblico proponente ha già deciso di assegnarla al costruttore locale, e tu sei un “pupazzo” (sarebbe troppo lungo elencare le tecnicalità adottate dai Paesi centro-nord europei finto-onesti per eliminarti legalmente). E non parliamo delle vendite di prodotti militari. Per la aziende private, la corruzione è un tema che riguarda i 360° delle sue attività, e può essere sia “passiva” che “attiva”. Che fare? Semplicemente gestirla, così come tutte le altre problematiche del business.

Le doti “naturali” di un AD, non allevato nelle “batterie” delle società di consulenza o delle banche d’affari, ma nel “bosco” della vita vera, sono: a) «conoscere» gli uomini; b) saperli selezionare (seguendo il solo criterio della professionalità); c) assegnare a ognuno ruoli-responsabilità univoci; d) «pagarli come o più del mercato» (il «tetto» è un’idiozia); e) «controllarli» in modo non invasivo (i controlli burocratici anti corruzione sono moltiplicatori di corruzione); f) se del caso, usare lo strumento del «licenziamento in tronco», sulla base non di prove (di norma non si trovano) ma della “convinzione psicologica”, strumento questo fondamentale per fare management. Se vuoi le prove sui corrotti, fai il magistrato.

In proposito, una piccola storia. C’era una volta, il capo degli acquisti di un’azienda che dirigevo. Mi convinsi, attraverso una serie di segnali deboli, che costui intrallazzasse con un fornitore, cadetto di una delle principali casate torinesi. Possibilità di provarlo zero. In base al principio della «convinzione psicologica», lo chiamai, gli dissi che lui stava danneggiando l’azienda, e lo faceva, o perché era un corrotto, o perché era un idiota, lo licenziai, sollevando il suo sdegno. Mi portò in tribunale. Informai la Proprietà che se il corruttore (presunto) si fosse lamentato con loro, questa era la prova dell’intrallazzo. Tutti tacquero. Il giorno del processo, ritirò la querela. Lasciò Torino, andò a vivere in Riviera, in una elegante villa, al porto aveva un Riva. Fu un licenziamento tardivo, me ne rammaricai.

Qualsiasi organizzazione umana ha queste necessità: per la sua gestione occorrono persone costantemente sul pezzo, che lavorano tanto e tacciono, capaci di scegliere, motivare, se del caso licenziare i collaboratori, ma mai utilizzare onesti burocrati per controllare l’incontrollabile.

Questa modalità di gestire il Paese come fosse una partita di ping pong: un problema, risposta con schiacciata, ci rende tutti nevrotici. Ripeterci che l’Expo è peggio di Mani Pulite, che il Mose è peggio dell’Expo, poi stare in attesa di cosa sarà peggio del Mose, mi pare ridicolo. La prima risposta che darebbe chi ne ha viste di tutti i colori, non sarebbe quella di mettere un nuovo livello di super-controllo in cima alla piramide, ma di sciogliere, a muso duro, tutte le Autority e le Direzioni generali statali, regionali, comunali, che in modo diretto o indiretto hanno gravitato su Expo e Mose. Perché sono colpevoli? Non ne abbiamo le prove, ma siamo certi, per “convinzione psicologica”, che non servono a nulla. È certo invece che i controlli dei burocrati per combattere la corruzione sono moltiplicatori di corruzione.

Expo e Mose, vi spiego perché i controlli moltiplicano la corruzione

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