Il Sahel è parte delle attività di politica estera e cooperazione italiane. Regione complessa, dove si susseguono fenomeni di destabilizzazione, si snodano interferenze esterne e si muovono gruppi terroristici. L’intervento di Marina Sereni, l’iniziativa di Blinken e Di Maio

Cooperazione, formazione, sviluppo: sono queste le parole chiave dell’Italia nel Sahel il cui senso è stato spiegato dalla viceministra degli Esteri Marina Sereni, intervenuta questa settimana all’apertura dell’evento sul contrasto alla radicalizzazione nella regione organizzato dal Fondo Globale per il Coinvolgimento e la Resilienza delle Comunità (Gcerf), in collaborazione con Francia e G5 Sahel.

Nell’incontro — che si è svolto martedì 7 dicembre a Parigi — Sereni ha detto: “Per rendere più efficace l’azione di contrasto al terrorismo che la comunità internazionale e i Paesi della regione stanno conducendo è necessario investire in maniera sempre più significativa sulla prevenzione dell’estremismo violento, lavorando con le comunità locali, con l’obiettivo di garantire servizi di base, opportunità di formazione e di sviluppo, e di costruire istituzioni credibili favorendo la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali”.

Il Gcerf, che ha base a Ginevra, opera in vari Paesi (Mali, Burkina Faso, Kenya, Niger, Nigeria, Tunisia e Somalia; ma anche Albania, Kosovo e Macedonia del Nord; Bangladesh, Sri Lanka e Filippine) realizzando, attraverso il sostegno ad attori e ong locali, progetti di prevenzione della radicalizzazione in comunità a rischio. L’Italia quest’anno ha destinato ulteriori stanziamenti al fondo.

Secondo Sereni, un approccio che “coniughi gli sforzi militari con interventi diretti ad affrontare le cause profonde, economiche e sociali, che conducono alla radicalizzazione e, di conseguenza, all’estremismo violento” è la strada necessaria per fornire assistenza alla stabilizzazione e allo sviluppo saheliano. Sulla base di queste premesse l’Italia, insieme ad altri Paesi europei, sostiene l’attività del Fondo Globale: in piedi progetti e attività che partano dal basso, coinvolgono le giovani generazioni e hanno un focus specifico sull’uguaglianza di genere.

Il primo target di questo genere di interventi italiani è a favore delle comunità del Mali meridionale. Il Paese ha un doppio livello di preoccupazione: da un lato la critica situazione socio-economica, dall’altro quella politica interna con riflessi regionali. A maggio, il Paese è piombato per la seconda volta da agosto 2020 di due anni nell’incubo del colpo di stato, ed è attualmente in mano ai militari (sebbene le gerarchie interne non siano compatte), e se si unisce a quanto accaduto in Ciad e in Sudan, e all’instabilità nigerina, il quadro di precarietà taglia da est a ovest tutta la regione.

Bamako è stato per anni il cuore dell’operazione di stabilizzazione militare organizzata dalla Francia, “Operation Serval”, poi trasformata in “Barkhane” e allargata a tutto il Sahel. Ora l’assistenza ai maliani è garantita da una task force europea, “Takuba”, a cui l’Italia partecipa con un’equipe medica e circa 200 militari (con 8 elicotteri). Nonostante ciò, né la stabilità politica interna, né quella securitaria sono garantite al momento, e l’altro livello di preoccupazione riguarda l’esposizione del Paese al centro della fascia saheliana alle collaborazioni con attori rivali complessi come il Wagner Group.

L’accordo in costruzione (se non già operativo) tra l’autorità reggente maliana e la società di contractor russa (contigua al Cremlino) è stato recentemente tirato in ballo dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, che ha definito “particolarmente spiacevole” la possibilità che attori esterni si impegnino “a rendere le cose ancora più difficili e complicate”. Ombre su un ruolo di destabilizzazione giocato dalla Russia esistono sin dal golpe del 2020, d’altronde. L’Ue sta già preparando il campo per sanzioni, dopo quelle che lo scorso anno hanno colpito il deus ex machina della Wagner, l’imprenditore russo Yevgeny Prigozhin – legate in quel caso alle attività in Libia, al fianco dei miliziani che combattevano il governo costruito dall’Onu.

Italia e Francia stanno lavorando adesso “per scongiurare questo rapporto che sta nascendo tra il governo del Mali e la compagnia di mercenari Wagner che tende a riempire quel vuoto nel Sahel”, ha detto oggi, giovedì 9 novembre, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, rispondendo ad una domanda nel corso dell’audizione davanti alle commissioni riunite Esteri di Camera e Senato sul Trattato del Quirinale firmato il 26 novembre tra Italia e Francia.

”Nonostante la presenza rimanga nel Sahel, Macron ha annunciato un ridimensionamento della missione Barkhane. Anche in questo caso stiamo lavorando tutti insieme affinché si eviti che attori geostrategici, come successo in Libia quando eravamo divisi, si insinuino in queste realtà di crisi dove prolifica il terrorismo e il cambiamento climatico ha un effetto sull’andamento economico, e che quindi si possa usare la forza”, ha spiegato Di Maio.

Secondo un’analisi di Andrew Lebovich per Ecfr, “in Mali come altrove, sarebbe un grave errore reagire in modo eccessivo alla provocazione russa o anche alla sua semplice presenza, e vedere uno spauracchio nel Sahel invece della realtà molto più complicata”. In sostanza Lebovich suggerisce che spesso la Wagner porta avanti interessi legati a precisi settori russi — nel caso quello dell’industria della difesa — che non sono sempre sovrapponibili a quelli diretti del Cremlino. E secondo l’analista – sebbene questo potrebbe essere fonte di logica preoccupazione a Bruxelles come a Washington – l’Ue e gli Stati europei rimangono l’attore dominante in materia di sicurezza e sviluppo nel Sahel.

Sicurezza e sviluppo che tra l’altro passano in maniera inevitabile dal contrasto dei gruppi armati, molti con collegamenti alle sigle del terrorismo jihadista internazionale. Nei giorni scorsi la lotta contro i terroristi che si muovono nel Sahel e in generale in Africa (pensare alla Iswap, la Provincia dell’Africa settentrionale dello Stato islamico) è diventato argomento operativo con la creazione dell’Africa Focus Group of the Anti-Daesh, l’iniziativa della Global Coalition che combatte le spurie del Califfato nel mondo. L’iniziativa è co-promossa da Stati Uniti e Italia, che la dirigono insieme a Niger e Marocco.

Blinken e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno diretto i lavori di apertura. La stessa coppia aveva guidato le riunioni della Coalizione a Roma, quando l’Africa era stata individuata come un potenziale punto di rinascita dell’Is. Questa posizione e questi impegni sono costati a Di Maio un paio di citazioni all’interno delle riviste propagandistiche baghdadiste: il motivo per cui i gruppi radicali si stanno espandendo in Africa è anche legato a quelle situazioni di destabilizzazione come in Mali, Ciad, Sudan, e al contesto socio-economico ancora molto debole, facile attecchimento per le istanze populiste della predicazione jihadista.

La crescente pressione demografica, le ricorrenti crisi alimentari e le condizioni di insicurezza hanno trasformato la regione in un’area di origine e di transito di flussi migratori destinati all’Europa e in un santuario di formazioni terroristiche jihadiste, ricordava su Formiche rivista l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci ragionando sulle sfide che attendono l’Ue nella regione. Tuttavia, adesso “abbiamo più partecipazioni alle missioni, in nuovo modo di rispondere ai bisogni degli Stati che sono molto specifici”, ha detto qualche giorno fa Emanuela Del Re, rappresentante speciale dell’Unione europea per il Sahel, intervento al Med2021 dell’Ispi. Del Re a Formiche.net aveva già definito la regione come “la vera frontiera dell’Europa”, delineandone il valore geostrategico.

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