Skip to main content

Autorità dello Stato, ordine pubblico e dissenso. Il posto della politica secondo Ippolito

Solo nel solco della legalità l’uomo può smettere di essere un lupo per il suo prossimo e ritornare a essere quel cittadino virtuoso che costituisce l’anima della civiltà. Rispettare l’ordine non significa piegarsi al potere, ma onorare quel patto di amicizia che permette a ogni uomo di essere, per un altro uomo, un dio. Il commento di Benedetto Ippolito

L’Italia contemporanea si trova nuovamente a dover affrontare il delicato equilibrio tra l’esercizio del dissenso e la tutela dell’incolumità collettiva. Le cronache recenti, segnate da manifestazioni che troppo spesso degenerano in guerriglia urbana, ripropongono con urgenza la necessità di riaffermare l’autorità dello Stato e la preminenza dell’ordine pubblico. Non si tratta solo di una questione amministrativa, ma di un imperativo etico e civile che affonda le sue radici nella stessa natura dell’essere umano e dell’organizzazione politica. Per comprendere la gravità di queste derive violente, è necessario riscoprire le fondamenta del vivere associato, partendo dall’antropologia classica per giungere alle moderne visioni organiche dello Stato.

Il pensiero di Aristotele costituisce il punto di partenza imprescindibile per ogni riflessione sulla politica. Nelle sue opere, l’essere umano è definito come un “animale politico per natura” (ζῷον πολιτικόν), un essere che trova il compimento della propria essenza solo all’interno della polis, ossia dello Stato. La socialità non è per l’uomo una scelta arbitraria, ma un destino naturale: egli si aggrega per garantire la vita, ma sussiste per rendere possibile la “vita buona”, ovvero la felicità.

Tuttavia, Aristotele avvertiva con estrema lucidità che questa spinta sociale porta con sé un rischio speculare. Se l’uomo perfezionato dalla legge e dalla giustizia è il migliore degli esseri viventi, qualora ne venga separato diventa “il peggiore di tutti”, il più selvaggio e feroce. Il filosofo stagirita parlava significativamente di “ingiustizia armata”, sottolineando che l’essere umano dispone di armi naturali — l’intelligenza e la forza — che possono essere usate per il bene o per la prevaricazione malvagia. Quando la piazza abbandona il confronto delle idee per impugnare pietre e bastoni, assistiamo esattamente a questa regressione: l’individuo abdica alla sua natura politica per regredire a uno stato di ferocia che nega la base stessa della convivenza. La giustizia, per Aristotele, non è un’astrazione, ma l’ordinamento stesso della comunità politica, il metro necessario per distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è.

Per approfondire questa visione della natura umana è molto interessante la riflessione di Charles Maurras. Riprendendo le tesi di Hobbes, Maurras riconosce che l’uomo, se lasciato ai suoi istinti predatori, può mostrare verso il suo simile un “volto di lupo” (homo homini lupus). Questa “faccia da lupo” si manifesta proprio attraverso gli istinti di rapina, di frode e la volontà di sopraffazione violenta che emerge quando l’individuo agisce al di fuori delle regole dell’amicizia civile.

Tuttavia, Maurras corregge il pessimismo radicale ricordando che l’essere umano è anche capace di cooperazione e industria: per l’uomo, l’uomo è anche un dio (homo homini deus). La società prospera solo finché le cause di amicizia e unione restano superiori alle spinte di divisione e odio. È qui che si innesta il dovere categorico dello Stato: i tribunali e le forze di polizia sono istituiti precisamente per “castigare e reprimere” coloro che mostrano ai propri concittadini quel volto di lupo che dovrebbe essere riservato esclusivamente ai nemici esterni della nazione. Per Maurras, la sicurezza garantita dall’autorità non è un’oppressione, ma la condizione necessaria affinché l’inimicizia non degeneri nella “guerra civile”, definita come la più atroce di tutte le piaghe sociali. Proteggere l’ordine pubblico significa, dunque, proteggere il “volto divino” della cooperazione umana dalla distruzione portata dalla ferocia asociale.

A completare questo quadro dottrinale è la visione organica di Padre Agostino Gemelli. Secondo Gemelli, lo Stato non deve essere inteso come un mero aggregato di individui concepiti atomisticamente, ma come un complesso di famiglie tenute unite dall’autorità. L’autorità è l’elemento costitutivo, il perno senza il quale la compagine sociale si disgregherebbe inevitabilmente.

Poiché lo Stato è una necessità naturale, Gemelli sostiene che l’uomo è destinato a vivere non come un “atomo disperso”, ma all’interno di una società storicamente esistente, rispettandone le leggi e contribuendo al bene comune. In questa prospettiva, lo Stato ha il diritto e il dovere di intervenire positivamente per applicare la legge naturale del vero e del bene. Una stretta sulla legalità, dunque, non è un atto di arbitrio politico, ma l’adempimento di una missione etica volta a preservare l’unità nazionale. Quando la violenza minaccia di spezzare questa unità, l’autorità statale deve farsi educatrice, ricordando che la libertà non può mai prescindere dal dovere verso la comunità.

Alla luce di questi solidi principi filosofici e antropologici, emerge con forza l’urgenza di una gestione rigorosa dell’ordine pubblico nell’Italia odierna. È indispensabile che il governo Meloni faccia rispettare con determinazione la legalità, senza esitazioni di fronte a chi scambia il diritto di manifestare con la licenza di distruggere. Garantire la sicurezza significa proteggere lo spazio pubblico come luogo di “amicizia civile” aristotelica, assicurando che tutti i cittadini possano esprimere il proprio dissenso senza il timore della prevaricazione violenta.

Non può esserci vera libertà laddove pochi gruppi di fanatici sequestrano la piazza, trasformandola in un campo di battaglia. In questo sforzo di riaffermazione dell’autorità, è fondamentale un dialogo costruttivo tra Maggioranza e Opposizione. La gestione della violenza sociale non può essere un terreno di scontro elettorale, ma deve essere una responsabilità nazionale condivisa. Un precedente illustre si trova negli Anni di piombo del terrorismo durante gli anni ’70: allora, forze politiche pur profondamente distanti seppero convergere nella difesa delle istituzioni democratiche e della legalità repubblicana, isolando i violenti. Oggi, mutatis mutandis, la condanna della violenza di piazza deve essere ferma e unanime, riconoscendo che la salvezza della comunità nazionale dipende dal rifiuto categorico di ogni eversione.

In questa opera di difesa della civiltà, i Carabinieri, la Polizia e tutti gli organismi di pubblica sicurezza costituiscono il vero baluardo dello Stato democratico. Essi rappresentano fisicamente quell’autorità che, come indicato da Maurras, impedisce ai “lupi” di sbranare la società. Il loro sacrificio e la loro dedizione quotidiana sono le fondamenta su cui poggia la nostra libertà: ad essi va garantito non solo il supporto legislativo, ma anche il rispetto sociale dovuto a chi difende il diritto del più debole contro la prepotenza del violento.

In conclusione, è necessario riaffermare un principio fondamentale: lo Stato democratico non è una “democrazia anarchica” dove la legge è un’opzione e il disordine un diritto. Al contrario, esso rappresenta la piena attuazione popolare e nazionale dello Stato, la cui missione suprema è la realizzazione del bene comune. Questa nobile funzione implica, come dovere morale e civile di ogni componente della nazione, l’esclusione categorica della violenza come possibilità d’azione politica. Solo nel solco della legalità l’uomo può smettere di essere un lupo per il suo prossimo e ritornare a essere quel cittadino virtuoso che costituisce l’anima della civiltà. Rispettare l’ordine non significa piegarsi al potere, ma onorare quel patto di amicizia che permette a ogni uomo di essere, per un altro uomo, un dio.


×

Iscriviti alla newsletter