Insomma, dopo questo primo anno di amministrazione Trump il pendolo della storia potrebbe riequilibrarsi a favore di noi europei, a patto di dimostrare di voler assumere maggiori responsabilità e lavorando al fianco dell’alleato americano nell’ottica di obiettivi comuni ma con una diversa distribuzione dei compiti. Il commento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta
Com’è andata la Munich Security Conference oramai consolidato appuntamento annuo come Davos per l’economia. Di sicuro, l’edizione 2026 è stata meno “burrascosa” di quella dello scorso anno, che era stata letteralmente travolta dal “ciclone” Trump (appena reinsediato alla Casa Bianca) attraverso lo sferzante discorso del vicepresidente JD Vance che aveva iniziato ad allargare la frattura nelle relazioni transatlantiche. Quest’anno in rappresentanza degli Stati Uniti è stato inviato il segretario di Stato Marco Rubio, caratterizzato da toni decisamente più concilianti non essendo espressione dell’ala Maga più dura e intransigente. La scelta di inviare Rubio non è sembrata casuale: da qualche settimana l’atteggiamento di Trump non sembra più essere quello tipico del “marchese del Grillo”, di nostrana memoria, ma al contrario improntato da un maggiore equilibrio e prudenza. Del resto, il crollo nei sondaggi interni deve aver fatto suonare qualche campanello d’allarme alla Casa Bianca in vista delle elezioni di mid-term: i cittadini americani vogliono pace e stabilità, nel resto del mondo ma soprattutto a casa propria, dopo gli eccessi compiuti a Minneapolis dalle squadre dell’Ice.
Dall’altra sponda dell’Atlantico, si può dire però che la retorica aggressiva e le minacce di Trump abbiano provocato una forte reazione da parte dei leader europei, indubbiamente scossi dopo che la crisi in Groenlandia (sopita, almeno per ora) aveva messo seriamente in discussione il futuro della Nato. L’Europa, ridotta al ruolo di “spettatore” o comunque di attore poco influente su altri scenari di crisi internazionali – da Gaza all’Ucraina -, esce dalla Conferenza di Monaco cercando di mettere in atto un segno di discontinuità rispetto alla tradizionale dicotomia Marte/Venere che aveva caratterizzato il rapporto con gli Usa negli ultimi decenni. Il capofila di questa nuova impostazione è senza dubbio il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che nel suo intervento ha ribadito fermamente come il mondo sia cambiato, e con esso il rapporto tra Europa e Stati Uniti, ribadito con toni più concilianti anche dal vicepresidente Antonio Tajani.
Da qui si rende necessaria un’assunzione di responsabilità da parte del Vecchio Continente per fare un salto di qualità negli ambiti della sicurezza e della difesa. Il tradizionale motore franco-tedesco sembra perdere qualche colpo con Macron nonostante i suoi progetti di condivisione nucleare ancora fumosi e senza parlare del seggio al Cds dell’Onu. Ma intanto il Regno Unito di Starmer sembra rientrato pienamente in Europa quantomeno nella gestione comune delle grandi questioni di sicurezza (con la proposta di acquisti militari congiunti con gli altri Paesi Ue) e concretizzando l’invito di Merz “made in Europe for Europe” (e anche per i Paesi alleati extraeuropei) e anche Giorgia Meloni, se volesse, potrebbe fare parte a pieno titolo di questo gruppo. Se mettesse davvero le proprie risorse a fattor comune, questo quartetto potrebbe creare un contrappeso forte agli Stati Uniti, avendo già raggiunto il (vecchio) target Nato del 2% del Pil in spese per la difesa “core” a cui si aggiunge sostanzialmente un altro punto per le spese collegate.
In cosa si può concretizzare questo più stretto coordinamento tra i Paesi fondatori dell’Ue? Le opportunità sono già molteplici nell’immediato: dalla ricostruzione dell’Ucraina ai programmi di rafforzamento e ammodernamento della difesa e della sicurezza europea. Pensiamo ad esempio ai progetti in campo spaziale o delle telecomunicazioni, così come la realizzazione dei velivoli militari di ultima generazione, volti a superare la tradizionale frammentazione dell’industria europea e a sviluppare una massa critica ed economie di scala in grado di creare finalmente dei “campioni” europei che possano competere a livello globale. A tal proposito, è sintomatico l’avvicinamento tedesco al progetto Gcap italo-anglo-giapponese per la realizzazione di un caccia di sesta generazione (viste le difficoltà del progetto portato avanti in parallelo con la Francia). L’inclusione di Berlino renderebbe il programma sicuramente più solido dal punto di vista finanziario (considerando gli ingenti investimenti in difesa annunciati nei prossimi anni) e consentirebbe anche di realizzare un velivolo più rispondente alle esigenze europee, soprattutto nell’ottica di garantire una migliore protezione dello spazio aereo europeo nei confronti di potenze ostili e confinanti come la Russia.
Insomma, dopo questo primo anno di amministrazione Trump il pendolo della storia potrebbe riequilibrarsi a favore di noi europei, a patto di dimostrare di voler assumere maggiori responsabilità e lavorando al fianco dell’alleato americano nell’ottica di obiettivi comuni ma con una diversa distribuzione dei compiti. Si apre dunque potenzialmente una fase nuova, nella quale anche l’Italia può giocare la sua parte attraverso la sua forte industria della Difesa, con Leonardo capofila ma che può contare su un indotto altamente sviluppato e competitivo. Se tutti si convinceranno che “fare squadra” è interesse comune, allora forse si potrà davvero guardare con maggiore ottimismo al futuro e a un’Europa più forte, responsabile e competitiva anche nell’ambito delle politiche e dell’industria della sicurezza e della difesa.
















