La dipendenza dai materiali critici cinesi continua a rappresentare una delle maggiori fragilità strutturali per le forze armate occidentali. Dalla bioidrometallurgia alle batterie organiche, fino alla produzione di proteine e farmaci in teatro operativo, le biotecnologie potrebbero essere parte della risposta. Non si tratterebbe di una vera e propria scorciatoia, ma di un possibile tassello di una più ampia risposta strategica a questa vulnerabilità
La dipendenza delle forze armate occidentali dai materiali critici di provenienza cinese non è un problema nuovo. Terre rare, semiconduttori, componenti per batterie: la quota di approvvigionamento che passa per le filiere asiatiche è tale da configurare una vulnerabilità strutturale nei sistemi d’arma più avanzati, da quelli aerei senza pilota ai radar, fino ai sistemi di comunicazione cifrata. In questo contesto, le biotecnologie applicate alla supply chain militare potrebbero rappresentare una delle risposte più inaspettate – ma al contempo più interessanti – al problema della sovranità industriale.
Il nodo delle materie prime
La Cina, si sa, controlla quote dominanti del mercato globale dei materiali critici, sia nella fase estrattiva sia, soprattutto, in quella di raffinazione. La loro importanza per i sistemi militari è assai rilevante. Bastano pochi esempi. I magneti permanenti al neodimio, ad esempio, sono presenti negli attuatori dei droni tattici, nelle turbine dei motori elettrici per i sistemi di propulsione navale e nei sistemi di guida missilistica. I sensori a infrarossi e i radar di nuova generazione, a loro volta, dipendono da composti al gallio e al germanio, la cui esportazione Pechino ha già dimostrato di essere disposta a limitare come leva negoziale, come avvenuto nel 2023. Il problema non è solo quello dell’approvvigionamento ordinario, ma anche della tenuta delle forniture in scenari di crisi acuta. Un’escalation commerciale, ad esempio, o qualcosa di più grave, potrebbe comportare rapidamente una degradazione delle capacità operative di interi segmenti delle Forze armate, difficilmente reversibile nel breve periodo senza alternative già sviluppate e pronte all’impiego.
Cosa promettono le biotecnologie?
Il contributo delle biosoluzioni a questo quadro si articola su più livelli, tutti ancora in fase sperimentale o comunque non già pronti all’impiego. Il più avanzato sul piano della maturità tecnologica riguarda il recupero e la lavorazione dei metalli critici tramite i microrganismi. La bioidrometallurgia, ad esempio, consentirebbe di estrarre terre rare e altri materiali critici da fonti locali o da materiali di scarto, riducendo la dipendenza dalle catene estrattive tradizionali. Diversi centri di ricerca europei e nordamericani stanno lavorando a processi scalabili in questa direzione, con applicazioni che vanno dall’estrazione primaria al riciclo di componenti elettronici dismessi.
Un secondo ambito riguarda l’energia. Le batterie organiche (costruite su substrati di origine biologica anziché su catene minerarie dipendenti da litio e cobalto) non raggiungono ancora le densità energetiche dei sistemi convenzionali ma, per specifiche applicazioni tattiche, la traiettoria di sviluppo è tale da rendere plausibile un impiego operativo nel medio termine. La Defense advanced research projects agency (Darpa), il braccio tecnologico del Pentagono, ha infatti finanziato diversi programmi in questo senso, e alcune delle tecnologie sviluppate stanno uscendo ora dalla fase di prototipazione.
Un terzo versante riguarda la logistica della sussistenza. In altre parole, il nutrimento vero e proprio dei soldati sul campo. La produzione di proteine ad alto valore nutrizionale tramite fermentazione di precisione, con impianti modulari e trasportabili, consentirebbe infatti di ridurre la lunghezza delle linee di rifornimento alimentare in teatri operativi remoti o per sostentare reparti impossibilitati a ricevere rifornimenti immediati. Analogamente, la biosintesi di farmaci essenziali in laboratori da campo (antibiotici, agenti emostatici, antidolorifici) è un ambito che alcune unità speciali stanno già esplorando, seppure in forma embrionale.
Il ritardo europeo
Gli Stati Uniti hanno strutturato una risposta, ancora parziale ma più sistematica di quella europea, attraverso il Chips and Science Act e gli investimenti del Dipartimento della Difesa nella bioeconomia strategica. La Darpa ha programmi attivi che coprono la sintesi biologica di materiali avanzati, il riciclo dei metalli critici e le proteine bio-ingegnerizzate, con orizzonti applicativi che includono esplicitamente la riduzione della dipendenza da fornitori ostili o inaffidabili.
In Europa, la situazione è più disomogenea. Istituti come il Fraunhofer in Germania e diversi laboratori dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne producono risultati scientifici di rilievo, ma la traduzione in capacità operative certificate e scalabili richiederebbe un coordinamento istituzionale che ancora fatica a materializzarsi. Il Fondo europeo per la difesa (Edf) e i programmi Pesco non hanno finora dedicato risorse proporzionate all’entità del problema, e la nuova architettura di spesa per la difesa dell’Ue non ha ancora incluso questa dimensione in modo esplicito o rilevante.
Una parte della risposta, non una panacea
Le biosoluzioni non rappresentano, da sole, la soluzione al problema della dipendenza dai fornitori avversari. Le tempistiche di sviluppo e certificazione, i requisiti di scalabilità industriale e i costi iniziali di trasformazione delle filiere impongono un orizzonte realistico che si misura in anni, non in mesi. Ma, se intese come parte di una strategia più ampia di diversificazione (che includa anche l’accelerazione dell’estrazione mineraria europea, la rilocalizzazione di capacità produttive critiche e il rafforzamento delle riserve strategiche), le biotecnologie offrono sicuramente delle prospettive degne di essere maggiormente approfondite.
















