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Phisikk du role – Trump, i Village people e l’ordine mondiale

Il “Board of Peace” lanciato da Donald Trump ambisce a ridisegnare gli equilibri globali con un formato da consiglio d’amministrazione più che da consesso multilaterale. Tra adesioni prudenti e retorica muscolare, resta la domanda di fondo: riformare l’ordine internazionale o sostituirlo con una governance a trazione privata? La riflessione di Pisicchio 

Non adesso né domani e neppure dopodomani. Ma solo quando sarà spirato, il 20 gennaio del 2029, ci sarà sicuramente chi farà il conto di tutto e poi pubblicherà le molteplici declinazioni del rodomontismo trumpiano, dalle sue posture altere ornate dal ciuffo d’oro che garrisce al vento, alle sue gaffe sesquipedali, dalle sue risalite dipoi seguite dalle discese ardite, alla sua fisicità omerica appesa alla cravatta rossa.

Ma avverrà dopo, solo dopo. Adesso no. Non ci pare, infatti, di aver sentito voci stentoree levarsi in questi giorni di fronte all’organizzazione dell’Onu privato di Donald Trump, affollato di amici e Stati rastrellati tra i Paesi del Golfo, l’Albania, qualche Repubblica africana e interstizi tra il medio Oriente ed un dipresso interno che avanza verso l’India. Con una spruzzatina di Europa.

È vero che un certo numero di Stati- come alcuni europei, tranne la fraterna Ungheria di Orban e la Bulgaria, entrati di corsa- si sono limitati a fare da osservatori mandando solo un diplomatico proprio per non fare la faccia truce all’alleato atlantico; è vero che persino l’Ue era presente all’incontro di Washington, ponendo l’accento sulla mission del Board of Peace piuttosto che sul modo e sulle parole usate per illustrarla, ma, i più hanno ragionato così:”vuoi vedere che la nuova creatura trumpiana qualche cosa riesce a farla? E allora diamoci un’occhiata”.

L’Italia, che è presente in postura solo osservatoria per ragioni d’impedimento costituzionale, ha avuto però la sua bella soddisfazione musicale: insieme all’ex inno internazionale del mondo gay, l’YMCA dei Village People, trafugato e mai più restituito da Trump che l’ha fatto per sempre suo, c’è anche Gloria, la celebre hit (1979) di Umberto Tozzi, ancorché in versione inglese.

Viva l’Italia. A un certo punto, però, sorge spontanea la domanda: ma che cosa è questo Board? Ce lo spiega il suo ideatore, Donald Trump, che racconta “È il più prestigioso mai messo insieme. Sapete, ho visto grandi board di corporation… briciole se paragonate a questo…”.

In realtà i Board of Corporation evocano i consigli di amministrazione nominati dai soci per curare i propri interessi e quelli della società, perseguendo il fine del profitto.

L’idea qui sembrava essere un po’ diversa da quella del profitto: obiettivo di pace, di equilibrio, di umanità. O no? Incalza ancora il Presidente con la nota levità e la diplomazia, riferendosi agli arruolati nell’impresa, senza distinguere quelli a pieno titolo (26) da quelli andati lì ad osservare (21): “Quasi tutti hanno accettato e quelli che non l’hanno fatto lo faranno. Alcuni stanno un po’ facendo i furbi ma non funziona, non potete fare i furbi con me”.

Una minaccia? Ma no. Sono le solite promesse di baruffe che si fanno nelle transazioni finanziarie (o nelle contese amorose).

Solo che qui stiamo parlando dei rapporti tra stati Sovrani. Problemi di linguaggio, certo, ma anche problemi di sostanza, anche perché, salvo sparutissime voci dall’Europa, nessuno sembra rilevare quella certa ruvidezza (diciamo così) della postura trumpiana nel rapporto col resto del mondo.

Sorge spontanea la domanda: siamo proprio convinti di voler concorrere alla liquidazione dell’Onu, con tutti i limiti che ha pur denunciato nel corso degli anni, per aderire al modello private ownership della politica di pace, magari replicata con altre analoghe riproduzioni da qualche altra parte del globo, quasi che si tratti di una proprietà privata del più forte?

Se c’è un senso da trarre in questa non così inusuale storia trumpiana è che, al netto dell’incauto atteggiamento del proponente (perfettamente assonante con il linguaggio dei social ormai dominante piuttosto che con quello di un capo di Stato), va trovata una nuova quadra a quello che rischia di diventare il tempo del disordine globale perenne.

Una quadra che riparta, però, dalle ragioni dell’Onu, non dalla sua negazione. Perché fuori da quelle ragioni c’è il buco nero dove la forza bruta vince su tutto. Insomma: ci attenderebbe un nuovo medioevo con la colonna sonora dei Village People.


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