La Corte Suprema degli Stati Uniti boccia i dazi di Donald Trump e riafferma il primato del Congresso nella politica commerciale, confermando la tenuta dei checks and balances. La Casa Bianca studia nuove strade, ma lo scontro istituzionale resta aperto mentre si avvicinano le elezioni di midterm. L’analisi di Gianfranco Polillo
Ancora una volta il tempo è stato galantuomo e deluso coloro che avevano ecceduto in pessimismo. La Corte Suprema degli Stati Uniti, che dichiara illegali i dazi di Donald Trump, non solo ha confermato la forza del sistema dei checks and balances che è l’anima del sistema americano.
Ma reso evidente la crisi di nervi in cui erano precipitati coloro che avevano confuso gli Stati Uniti, e la loro lunga storia, con la figura del presidente pro-tempore.
Che, ovviamente, va rispettato, mantenendo tuttavia la freddezza e la lucidità necessaria per capire che i Presidenti passano, mentre l’America rimane.
La vicenda dei dazi non fa altro che confermare la relativa saggezza di quel vecchio adagio popolare. Tutto era iniziato anni ed anni fa, quando Donald Trump, ancora semplice immobiliarista, aveva manifestato tutta la sua fede in un regime dominato dai balzelli sulle importazioni.
Con buona pace di un substrato teorico che risaliva ai tempi di David Ricardo e le sue teorie sui vantaggi comparati legati allo sviluppo del commercio internazionale.
Uno sviluppo che fin dall’inizio – si pensi alle vicende legate alle “Corn laws” inglesi – aveva come obiettivo il contenimento della rendita fondiaria. Operazione più che nefasta agli occhi di ogni immobiliarista.
A confortare Donald Trump nelle sue idee era stato soprattutto Stephen Miran. Un economista quarantenne con un cursus honorum studentesco di tutto rispetto (prima laurea a Boston, quindi dottorato ad Harvard) e vecchia conoscenza del Tycoon (era stato advisor del Dipartimento del Tesoro durante il suo primo mandato) posto, successivamente alla testa del Council of Economic Advisers, quindi inserito nel Board della Fed, per contenere l’autonomia del suo Presidente: Jerome Powell.
Il suo saggio più conosciuto era stato: “Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio” con il proposito evidente di supportare la corrente Maga (Make America Great Again”).
Per la verità quel saggio presentava più di una lacuna. Prendeva atto – è vero – della crisi americana, ma la attribuiva soprattutto alla forza eccessiva del dollaro, il cui corso era sistematicamente sopravvalutato per l’eccesso di domanda dovuta al suo utilizzo come moneta di riserva.
Con il ricorso ai dazi si potevano prendere, invece, due piccioni con una fava: migliorare il saldo della bilancia commerciale ed ottenere risorse aggiuntive (a carico degli esportatori verso gli Stati Uniti) per risolvere i drammatici problemi della finanza pubblica americana.
Come si può osservare, una strana concezione dell’economia. Da che mondo è mondo la svalutazione della propria moneta è stata sempre considerata un segno di debolezza.
Al limite una cura necessaria, come in Italia nel ’92, per ristabilire un equilibrio competitivo nel frattempo violato.
Svalutare la moneta significa, infatti, far crescere l’inflazione interna, quindi dover aumentare il rendimento per i titoli di Stato, emessi a copertura di un debito che, egli Usa, supera il 100% del Pil,
per poterli ancora piazzare sui mercati internazionali. Quindi, avere una politica monetaria ancora più prudente, proprio per disinnescare, per quanto possibile, l’inflazione importata.
Problemi che, a quanto sembra, non sembrano interessare Donald Trump. Nella sua visione di immobiliarista – si pensi al piano per Gaza – il mattone continua a rappresentare il bene rifugio per eccellenza che batte l’inflazione.
Ruolo che una politica monetaria più permissiva poteva, a sua volta, contribuire a rafforzare. Abbassare i tassi d’interesse significava, infatti, rendere ancora più abbordabili i mutui per gli acquisti di immobili, foraggiando la relativa domanda.
Anche a costo di ripetere i disastri del 2008, con la politica dei subprime e il successivo scoppio della bolla immobiliare, che aveva contaminato l’intero Pianeta.
Si comprendono allora i giudizi sferzanti del Nobel Paul Krugman, secondo cui l’intera teoria sarebbe troppo semplicistica e, soprattutto, americanocentrica. Non terrebbe in considerazione le risposte degli ex partner commerciali: “Non vedo alcuna possibilità concreta di nulla se non di rappresaglie occhio per occhio”.
Ed il rischio che se i dazi avessero tenuto, probabilmente, il dollaro invece di svalutarsi si sarebbe rafforzato. Cosa che negli ultimi giorni era avvenuta, visto che il dollaro si è apprezzato del 2,5% sull’euro. Anche se rispetto all’anno passato la caduta del cambio era ancora consistente (circa il 15%).
La Corte Suprema non ha minimamente preso in considerazione questi argomenti. Il diritto, rispetto all’economia, ha il vantaggio di essere più diretto ed immediato. La sentenza è stata costruita sulla base dell’Ieepa (International Emergency Economic Powers Act).
Se il Congresso – questo il relativo dispositivo – avesse conferito al Presidente il potere di imporre dazi, lo avrebbe fatto espressamente, “come sempre è avvenuto in altre leggi per le tariffe”. Trump a voluto bypassare il Congresso. Di conseguenza i relativi atti sono illegittimi.
Del tutto scomposte le reazioni dell’inquilino della Casa Bianca: “mi vergogno – ha tuonato nella successiva conferenza stampa – per alcuni giudici che non hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta per l’America”.
“Traditori, al servizio di interessi stranieri”. Un fiume in piena, per poi insistere su un suo vecchio refrain: “I Paesi che ci truffano sono in estasi” dopo quella decisione “ballano per strada, ma non per molto” ha concluso minacciosamente la “buona notizia è che ci sono metodi e statuti più forti dell’International Emergency Economic Powers Act” ai quali si potrà far ricorso.
Il che era come dire: lo scontro interno continua, la guerra commerciale non si arresta.
Ed infatti la conseguente decisione sarà quella di firmare un nuovo ordine per imporre dazi globali del 10% sulla base della Section 122 del Trade Act del 1974, quella che consente l’introduzione di dazi globali fino al 15% ma per un periodo di soli 150 giorni.
Trascorso quest’intervallo di tempo, dovrà essere il Congresso ad autorizzare. Ipotesi fin da adesso, a quanto sembra, esclusa dalla Casa Bianca. Rimarranno, invece, in vigore le tariffe decise in base alla Section 232 e alla Section 301, riguardanti l’acciaio, l’alluminio e l’automobile.
Riuscirà il nostro eroe a portare a termine la sua missione? Difficile rispondere. La Sezione 122 del Trade Act del 1974, non è stata mai utilizzata.
Rappresenta pertanto un’incognita, non potendosi prevedere quale sarà l’interpretazione dei tribunali. Quella norma fu approvata dopo che Richard Nixon aveva imposto, nel 1971 (l’anno che aveva reso il dollaro non più convertibile in oro) una tariffa globale del 10% sulle importazioni per contenere, allora, un forte squilibrio commerciale.
Nel 1974, epoca del varo della norma, era appena terminata la guerra del Kippur tra Israele e gli Stati arabi; che, a loro volta, avevano decretato l’embargo nelle forniture di petrolio, colpendo seriamente anche l’economia americana.
Che allora si trattasse di emergenza era difficile negare. Che il clima di oggi si presti alla stessa valutazione c’è da dubitarne.
Ed ecco allora che tutto si complica maledettamente, mentre, minacciosa la data delle elezioni di midterm si intravede già all’orizzonte.
















