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I caschi blu cinesi in Libano e la longa manus di Pechino in Medio Oriente. Scrive Volpi

Di Raffaele Volpi

La presenza silenziosa di Pechino nelle missioni Onu del Mediterraneo orientale e il significato geopolitico di un impegno che oggi assume una nuova rilevanza nel contesto delle tensioni regionali. La riflessione di Raffaele Volpi

Quando si visitano le missioni internazionali sul terreno si ha spesso la percezione di una realtà più complessa di quella che emerge nei resoconti ufficiali. Le operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite non sono soltanto dispositivi militari per la stabilizzazione di aree fragili: sono anche luoghi in cui si incrociano interessi strategici, visioni geopolitiche diverse e culture operative che riflettono i cambiamenti degli equilibri globali.

Ricordo bene una visita nel sud del Libano durante il periodo in cui ricoprivo l’incarico di sottosegretario alla Difesa. Il contingente italiano svolgeva allora un ruolo centrale all’interno della missione delle United Nations Interim Force in Lebanon (Unifil), uno dei principali dispositivi multilaterali di stabilizzazione nel Mediterraneo orientale.

Il quartier generale della missione si trova a Naqoura, sulla costa libanese, in una posizione che guarda direttamente il mare. È un luogo simbolico, dove si concentrano il comando multinazionale, le strutture di coordinamento e la presenza delle diverse nazioni impegnate nell’operazione. All’ingresso della base ricordo la presenza di militari pakistani incaricati dei servizi di sicurezza, uno dei tanti esempi di quella pluralità di contributi che caratterizza le missioni delle Nazioni Unite.

Ma la missione non si esaurisce nel quartier generale. Sul terreno Unifil è articolata in una rete di basi operative distribuite nel sud del Libano, ciascuna assegnata ai diversi contingenti nazionali che operano nelle rispettive aree di responsabilità.

Fu proprio durante uno spostamento verso una delle basi operative del contingente italiano che ebbi l’occasione di osservare da vicino una presenza che, all’epoca, colpiva per la sua discrezione: quella cinese. Il convoglio attraversò infatti una zona in cui era dispiegata una base del contingente della Repubblica Popolare Cinese.

Non si trattava di una presenza simbolica o limitata al quartier generale della missione. Anche il contingente cinese disponeva di una propria base operativa nel settore, come accade per gli altri Paesi impegnati nella missione. Era una presenza organizzata e ben integrata nel dispositivo multinazionale, impegnata soprattutto in attività tecniche: ingegneria militare, bonifica di ordigni inesplosi, supporto logistico.

Ciò che colpiva non era tanto la dimensione del contingente, quanto il suo stile. La presenza cinese appariva discreta, quasi silenziosa, lontana da ogni forma di protagonismo. Eppure proprio quella discrezione rendeva evidente un elemento di fondo: la crescente attenzione di Pechino verso i teatri strategici del Mediterraneo allargato.

Negli ultimi due decenni la Cina ha progressivamente aumentato il proprio contributo alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Pechino è oggi uno dei principali contributori tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e considera queste missioni non solo come strumenti di cooperazione multilaterale, ma anche come occasioni per rafforzare la propria presenza internazionale.

La partecipazione alle missioni Onu consente alla Cina di presentarsi come attore responsabile nel sistema multilaterale, ma allo stesso tempo permette ai suoi militari e ai suoi diplomatici di acquisire esperienza operativa e di osservare da vicino teatri strategici e dinamiche regionali.

Il Medio Oriente rappresenta, da questo punto di vista, uno spazio sempre più rilevante per la strategia globale di Pechino. La Cina ha consolidato negli anni relazioni economiche e commerciali con numerosi attori della regione e ha sviluppato rapporti energetici e politici anche con l’Iran, uno degli attori centrali degli equilibri mediorientali.

In questo quadro, la presenza cinese nelle missioni Onu della regione assume un significato più ampio. Partecipare a un dispositivo internazionale come Unifil consente a Pechino di essere presente in un teatro geopoliticamente sensibile come il Mediterraneo orientale, mantenendo al tempo stesso un profilo multilaterale e cooperativo.

Naturalmente le missioni internazionali sono sempre state anche luoghi di osservazione reciproca tra le diverse potenze. Tuttavia nel caso cinese questa dinamica si inserisce in una strategia globale più ampia, che combina strumenti economici, diplomatici e militari per ampliare progressivamente la propria presenza internazionale.

Il Libano meridionale è uno dei punti più sensibili del Mediterraneo orientale, una regione in cui si intrecciano tensioni militari, interessi energetici e rivalità tra potenze regionali e globali. In un contesto simile, anche una presenza apparentemente tecnica o limitata può assumere un significato strategico più ampio.

Oggi questo scenario appare ancora più significativo. Il Libano meridionale è tornato al centro delle tensioni regionali, mentre la crisi che coinvolge l’Iran e i suoi alleati continua a influenzare l’intero equilibrio mediorientale. In un contesto di crescente instabilità, la missione delle Nazioni Unite resta uno dei pochi dispositivi internazionali capaci di mantenere una presenza sul terreno.

È proprio in momenti come questi che la presenza delle diverse potenze nelle missioni multilaterali assume un valore che va oltre il semplice contributo operativo. Le basi operative dei contingenti internazionali, disperse nel sud del Libano, sono anche punti di osservazione privilegiati su una regione in cui si incrociano interessi globali e rivalità strategiche.

La presenza cinese nel dispositivo di peacekeeping va letta anche in questa chiave. Non come un gesto isolato o simbolico, ma come parte di una strategia più ampia di presenza internazionale.

In un Mediterraneo orientale attraversato da nuove tensioni e da conflitti che rischiano di allargarsi, anche presenze apparentemente silenziose assumono un significato geopolitico. La geopolitica, spesso, non si manifesta con grandi gesti o dichiarazioni clamorose. Si costruisce lentamente, attraverso presenze sul terreno, missioni multilaterali e basi operative che diventano, nel tempo, tessere di un mosaico molto più grande. Il sud del Libano è uno di quei luoghi in cui questo cambiamento può essere osservato da vicino.


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