Il conflitto nel Golfo sta riportando il dominio aereo al centro del dibattito strategico, ma mette anche in luce nuove vulnerabilità operative. Pesano l’impiego massivo di droni e munizioni circuitanti, lo squilibrio economico tra attaccante e difensore e l’emergere di tecnologie non cinetiche destinate a cambiare il modo in cui si combatte nei cieli. Sullo sfondo, le scelte industriali, l’integrazione europea della difesa aerea e le implicazioni per le Forze armate italiane. L’intervista di Airpress al generale Luca Goretti, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare
Che duri poche settimane o che si protragga più a lungo, il conflitto nel Golfo, già nelle sue prime fasi, ha evidenziato alcuni profondi mutamenti tattici e operativi relativi al dominio aereo. Dalle minacce poste dagli attacchi saturanti al tema del rapporto costo-per-intercetto, gli sviluppi delle operazioni in Iran offrono più di uno spunto di riflessione sul futuro (e sul presente) del potere aereo di attacco e di difesa. Si tratta di un tema-chiave per i suoi risvolti analitici e per le implicazioni che ne derivano per i dispositivi militari mondiali, compreso quello italiano. Quali le lezioni più importanti per le nostre Forze armate? E quali le implicazioni sul piano capacitivo, dalla formazione degli operatori alle tecnologie da mettere in campo? Airpress ne ha parlato con il generale Luca Goretti, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare.
Generale, quello che si sta combattendo nel Golfo in questo momento è un conflitto prevalentemente incentrato sul dominio aereo. La dottrina militare americana (e occidentale) pone grande attenzione verso il potere aereo, eppure proprio lo scenario nel Golfo sta evidenziando le criticità derivanti dall’avvento di sistemi low-cost e di attacchi saturanti. Ritiene che sia ora di “aggiornare” alcuni principi dottrinari?
Domanda decisamente interessante! Le dottrine militari, siano esse prodotte da esperti di settore o da teorici della guerra, vanno contestualizzate tenendo presente un elemento chiave di partenza: qual è l’obiettivo che si vuole ottenere! In funzione di questa risposta, poi, va considerata la realtà strategica in cui si dovrà operare, la consistenza e tipologia delle forze contrapposte (sia in termini di risorse umane sia tecnologiche disponibili), limiti e vincoli geografici, economici e politici (in alcuni casi anche religiosi) e infine occorrerà preparare per tempo un elemento che mai come ora può modificare le sorti di un potenziale intervento militare: il consenso mediatico. In sintesi, la scelta è complessa e non sempre vale in ogni situazione. Quindi, per rispondere alla sua domanda, direi che i principi dottrinari non cambiano, ma vanno “affinati” e “adattati”. Sicuramente, da quando esiste il mezzo aereo, la supremazia/superiorità aerea rappresenta il primo tassello da acquisire. E ciò non è mai messo in discussione. E dubito lo sarà anche nel prossimo futuro. Talvolta è sufficiente da solo per raggiungere l’obiettivo: serve come deterrente (come nel caso della Guerra fredda); basta per chiudere subito un conflitto (come le operazioni in Kosovo/Libia) o infine serve a tutela, sostegno e copertura della componente terrestre (o navale) che deve conquistare l’obiettivo (come nella prima Guerra del Golfo). La presenza di mezzi con tecnologie low cost (semplici e producibili rapidamente in grande quantità) affiancati (o contrapposti!) a quelli decisamente avanzati (costosi e anche per questo limitati) pone il decisore politico e militare di fronte ad uno scenario ancora più complicato da gestire. La qualità non sempre vince sulla quantità! Non è un mezzo o uno strumento capacitivo che fa modificare una dottrina ma quest’ultima deve “affinare” se stessa sul “come” ottenere un obiettivo tenendo presente queste nuove realtà, soprattutto in conflitti regionali e non di larga scala. Per evitare sorprese strada facendo!
Una delle questioni più discusse è lo squilibrio economico tra attaccante e difensore. Droni e munizioni circuitanti, relativamente economici e producibili in massa, contro intercettori che possono costare anche milioni di dollari. Come si affronta questo problema dal punto di vista operativo?
Il problema non è di facile risoluzione. L’impiego estensivo di droni, singoli o in sciami, ha generato un elemento nuovo nella gestione di un conflitto. Con poche migliaia di euro si possono produrre danni di svariati milioni di euro e soprattutto possono impattare fortemente sul morale della gente: sono poco facilmente visibili, si sentono solo alla fine del loro percorso, hanno un costo efficacia elevato e soprattutto sono acquisibili (visti i bassi costi) da tutti. Di contro, per fermarli servono tecnologie importanti e sistemi di difesa aerea costosi. Innanzitutto, per contrastare l’impiego di queste capacità low cost andrebbero eliminate subito (se possibile) le loro fonti produttive per ridurne la disponibilità. Contestualmente, va messo in campo un sistema di allerta radar (anche semplice, ma capillare) che riesca in tempi rapidi ad individuare l’arrivo di queste capacità (droni o munizioni circuitanti). Un sistema a cupola variabile che possa per tempo acquisire la provenienza di questi sistemi ed allertare gli apparati difensivi. In tal modo potrebbero essere impiegati sistemi difensivi meno costosi rispetto a quelli più sofisticati. Questi droni viaggiano a velocità relativamente basse per cui, se individuati per tempo, possono essere abbattuti con tecnologie più semplici (magari installate a bordo di elicotteri o velivoli non di ultima generazione o batterie binate poste su veicoli fuoristrada). In questo penso che gli Ucraini possono davvero “insegnare” il mestiere.
Una possibile risposta viene dalle tecnologie non-cinetiche: armi a energia diretta, sistemi a microonde, assetti di jamming e guerra elettronica. È d’accordo con l’idea che, nei prossimi anni, questi strumenti saranno sempre più presenti e pervasivi? E come integrarli organicamente all’interno delle Forze armate?
Sì, sono d’accordo. Il futuro vedrà l’impiego di questi strumenti sempre più presente. La componente cinetica dei sistemi d’arma sta sempre più perdendo la propria prevalenza rispetto a quella elettronica o tecnologica per cui è importante sviluppare esigenze operative innovative coordinando con il comparto industriale della difesa e sicurezza l’acquisizione in inventario di questi strumenti. Parallelamente, questa integrazione necessita anche di un inevitabile adeguamento del sistema formativo del personale che verrà utilizzato per l’impiego operativo di questi sistemi.
In Europa si discute sempre più di integrazione delle architetture di difesa aerea e missilistica. Che ruolo può avere l’Italia nello sviluppo di un coordinamento realmente interoperabile a livello europeo?
Uno dei primi argomenti di discussione operativa tra le componenti militari dei Paesi Europei a seguito dell’invasione Russa dell’Ucraina fu proprio quella di verificare il sistema integrato della difesa aerea, e soprattutto di quello della difesa missilistica presente. Se per quella aerea la consolidata (e dimostrata) architettura della Nato ha consentito di considerare efficace il sistema operativo europeo, diverso è stato il caso della componente missilistica, dove molte nazioni si sono trovate con capacità limitate o in alcuni casi assenti. Di conseguenza, parlare di integrazione è risultato più complicato. L’Italia, a mio avviso, può fare da catalizzatore di questa esigenza, soprattutto nel settore missilistico, in quanto la propria industria nazionale, ben integrata in quella europea, presenta capacità già esistenti e progetti in fieri che possono realmente costituire un tassello importante in un sistema interoperabile autonomo europeo e allo stato dell’arte.
In passato il potere aereo era prerogativa esclusiva dei Paesi più avanzati tecnologicamente. Ora, invece, in un mondo in cui questo potere si sta “democratizzando”, qual è il vantaggio competitivo che le forze aeree occidentali devono preservare a ogni costo?
Il potere aereo rappresenta – e lo farà anche in futuro – l’elemento dirimente e strategico per avere un vantaggio operativo in ogni scenario conflittuale, sia esso regionale o a larga scala. La prevalenza tecnologica delle componenti fondamentali dello strumento aereo rimane, a mio avviso, l’obiettivo indiscutibile da perseguire. Questo però comporta un enorme lavoro di collaborazione e cooperazione tra i Paesi occidentali, in quanto i costi di sviluppo e produzione sono decisamente elevati e la esigenza di avere il sistema operativo in tempi sempre più brevi impone relazioni industriali e istituzionali forti, coese e strutturali. Il programma Gcap (Global combat air programme, ndr.) è un esempio concreto di questa sinergia. Nel contempo, proprio l’analisi di quanto sta accadendo in questi conflitti ibridi e asimmetrici deve portare gli Stati maggiori a riflettere sulla esigenza, come accennavo, di associare alla qualità tecnologica anche la quantità di capacità meno sofisticate, ma in grado di sostenere, sia in maniera difensiva sia offensiva, un’eventuale crisi o conflitto. Anche in questo caso, la collaborazione con le industrie nazionali e i centri di ricerca universitari va adeguatamente stimolata. Il terreno è decisamente fertile ed è un’opportunità che non può essere sottovalutata.















