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Iran, tra restrizioni e informazione. Ecco la prima guerra dell’era dei social media

Dal Medio Oriente agli Stati Uniti, restrizioni, blackout digitali e controlli preventivi limitano la verifica indipendente dei fatti e complicano il lavoro dei media nelle aree coinvolte dal conflitto. Lo stato della libertà di stampa raccontato da Bloomberg

Siamo in piena era social media, sommersi da immagini e video sia veri sia generati con l’intelligenza artificiale. Eppure dal primo grande conflitto che coinvolge gli Stati Uniti e Israele contro l’Iran si hanno meno informazioni di quelle ricevute durante la guerra in Vietnam. Ci troviamo di fronte a una vera e propria black box, una scatola nera informativa, così la definisce una accurata analisi di Bloomberg.

Mentre in Vietnam, ricorda l’approfondimento, i giornalisti avevano quasi accesso illimitato alle zone di guerra, oggi, pur vivendo in un mondo iperconnesso, questo non accade più. In Iran, nelle settimane successive all’intensificarsi delle ostilità, le autorità hanno imposto blackout quasi totali di internet. La misura ha interrotto gran parte della comunicazione in uscita e ha limitato la possibilità di documentare gli attacchi sul territorio.

Quando il primo marzo, a ormai conflitto in corso, sono stati colpiti gli Stati del Golfo da Teheran, in molti hanno fotografato e filmato gli attacchi. Ma in base alla legge degli Emirati Arabi Uniti, che proibisce di diffondere materiale che potrebbe compromettere la sicurezza del Paese, tanti turisti sono stati incriminati di far circolare immagini legate alla guerra. Anche Israele ha imposto restrizioni nella diffusione di immagini e video dai due fronti di guerra in cui è impegnato, Iran e Libano. Ma anche Donald Trump, ricorda Bloomberg, rilascia su Truth social, dichiarazioni contradditorie in merito alla stampa.

Il risultato è la difficoltà evidente di informare correttamente con fatti verificabili. E la difficoltà anche dell’opinione pubblica di capire cosa sta succedendo che rende il mondo così instabile. “Limitazioni generalizzate sulle cronache possono essere usate dai governi per controllare la narrativa e ostacolare il flusso di informazioni affidabili proprio quando il pubblico ha più bisogno di un giornalismo indipendente”, ha affermato Anthony Bellanger, segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti.

L’analisi di Bloomberg mette infatti l’accento su due elementi fondamentali di questa epoca: se da una parte il controllo di quello che circola è legittimo per evitare che vengano divulgati fake news e contenuti di disinformazione generati con Ai e informazioni riservate sulle posizioni militari, dall’altra si sta assistendo a misure che tendono a irrigidire ancora di più le restrizioni.

La gestione dell’immagine dei Paesi del Golfo

“Nel 2007 gli Emirati Arabi Uniti erano al 65° posto su 180 nel Press Freedom Index di Reporter senza frontiere (RSF). Nel 2010 sono scesi all’87°, nel 2018 al 128°, fino al 164° nel 2025, quando RSF ha citato l’abitudine del governo di ‘rintracciare e perseguitare le voci dissenzienti’”, ricorda Bloomberg. “Questa guerra è arrivata a uccidere l’ultima speranza di libertà di espressione” nella regione, ha detto Sara Qudah, direttrice regionale del Comitato per la protezione dei giornalisti del Medio Oriente, che tiene un conteggio quotidiano delle violazioni della libertà di stampa.

“È la prima volta nella nostra storia moderna che vediamo una guerra con così tanti Paesi coinvolti e direttamente colpiti. Credo che nessun governo o autorità in Medio Oriente fosse preparato a un evento simile”, ha aggiunto. “E la prima reazione a ciò che sta accadendo è stata controllare i media finché non sapranno come andrà a finire questa situazione”.

Come detto, Emirati, Qatar, Bahrein, Kuwait hanno cercato di arginare la fuga di notizie che circolavano sui social, ma le autorità, pur prendendo seri provvedimenti, non hanno comunque potuto contenere tutto, tanto che, ad esempio, le colonne di fumo dai serbatoi degli aeroporti colpiti dall’Iran sono arrivate fino a noi. Ma questo è paragonabile a quello a cui assistemmo nella prima guerra del Golfo? O alle immagini dell’invasione dell’Iraq nel 2003?

L’Iran è “uno dei Paesi più repressivi al mondo in termini di libertà di stampa”, riporta RSF. Tanto che anche prima della guerra i giornalisti stranieri dovevano avere con loro agenzie approvate dal governo, con traduttori e troupe ufficiali. E possono anche essere usati come leva nei conflitti diplomatici, ricorda Bloomberg.

I giornalisti locali poi lavorano in condizioni critiche, oggi con il blackout quasi totale di internet sono anche tagliati fuori dal mondo. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, sono in carcere almeno una dozzina di cronisti.

La guerra raccontata da Israele e Stati Uniti

Israele ha rafforzato le linee guida sull’informazione. Le nuove disposizioni vietano di riportare gli impatti dei missili su siti legati alla sicurezza o limitrofi. È invece consentita la documentazione di aree civili. L’accesso dei giornalisti alla Striscia di Gaza, già estremamente ridotto dal 2023, rimane sottoposto a forti restrizioni. “L’accesso limitato”, riporta Bloomberg, “ viene occasionalmente concesso a piccoli gruppi di giornalisti sotto forma di ‘inviati’ presso le forze israeliane che operano nel territorio. Un ricorso presentato alla Corte Suprema per ottenere il libero accesso è in attesa di una sentenza”.

Le principali figure politiche e militari israeliane hanno inoltre ridotto il numero di interazioni con i media, restringendo ulteriormente il perimetro delle informazioni disponibili.

Ma anche gli Stati Uniti hanno cambiato il loro modo di comunicare e informare in tempi di guerra. Reporter Senza Frontiere colloca oggi gli Stati Uniti al 57° posto nella classifica globale della libertà di stampa, in netto calo rispetto alla 17a posizione registrata nel 2002. “Il primo significativo e prolungato declino della libertà di stampa nella storia moderna”, afferma RSF che sostiene come la presidenza Trump stia “aggravando notevolmente la situazione”.

Bloomberg nella sua analisi racconta di come la scorsa settimana un giudice federale ha bloccato la decisione dell’amministrazione di limitare le attività dei giornalisti al Pentagono, ma intanto Pete Hegseth ha limitato l’accesso a un suo briefing il quotidiano militare statunitense Stars and Stripes.

E inoltre l’approfondimento riporta come nei giorni scorsi il presidente della Commissione federale per le comunicazioni degli Stati Uniti Brendan Carr, ha avvertito le emittenti televisive sulla copertura mediatica riguardo l’Iran di “correggere la rotta”, altrimenti potranno essere loro revocate le licenze.


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