A quasi mezzo secolo dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, Calogero Mannino ripercorre le ombre irrisolte del caso, il significato politico dell’attacco allo Stato e le conseguenze sul compromesso storico. Una riflessione che lega la lezione morotea alle sfide geopolitiche di oggi, tra autonomia nazionale, europeismo e nuovi equilibri internazionali
Nel cuore della memoria repubblicana c’è una data che continua a bruciare. Il 16 marzo 1978 non è soltanto un tornante della storia, ma una fenditura che attraversa ancora la coscienza nazionale. Il rapimento di Aldo Moro e la strage di via Fani restano una soglia emotiva e politica oltre la quale l’Italia non è mai tornata davvero uguale. A distanza di quasi mezzo secolo, le ombre si intrecciano con le certezze giudiziarie e il racconto dei protagonisti continua a oscillare tra memoria, rimozione e ricerca di verità. In questa intervista a Formiche, l’ex ministro Calogero Mannino riflette sul peso storico di quei giorni, sulle responsabilità politiche e sul lascito strategico dello statista democristiano. Uno sguardo che tiene insieme il passato irrisolto e le inquietudini del presente.
Mannino, il ricordo del 16 marzo 1978 continua a segnare la storia italiana. Che cosa rappresenta oggi quella giornata?
Per chi l’ha vissuta, il 16 marzo resta una ferita che non si è mai chiusa. Il sequestro Moro e l’assalto allo Stato compiuto dalle Brigate Rosse hanno inciso profondamente nella coscienza collettiva. Tutte le circostanze di quella vicenda non sono state chiarite compiutamente. Il tentativo di ricostruire la memoria storica rischia sempre di cadere nel trabocchetto dell’insoddisfazione perpetua, ma resta un dovere civile e politico.
Le conclusioni delle Commissioni parlamentari hanno riaperto interrogativi importanti. Quanto è ancora instabile la verità storica su quei fatti?
Molto. Alcune acquisizioni successive hanno rimesso in discussione parti delle conclusioni giudiziarie. Nulla è davvero fermo nella ricostruzione del caso Moro. Questo non significa mettere in discussione il lavoro della magistratura, che si è basata sulle prove disponibili, ma riconoscere che troppe ombre persistono. Vi sono dubbi persino sul luogo dell’uccisione. Quando la verità storica resta mobile, inevitabilmente vacillano anche le certezze giudiziarie.
Quale fu il significato politico dell’attacco delle Brigate Rosse?
Fu un assalto allo Stato. In altri contesti europei il terrorismo colpì figure simboliche dell’economia, ma in Italia l’offensiva si abbatté su un elenco non breve di dirigenti d’azienda e uomini delle istituzioni, fino a raggiungere il leader della Democrazia cristiana, più volte presidente del Consiglio e perno della stabilità politica nazionale. Dopo la morte di Moro, salvo episodi successivi non privi di significato, le Brigate Rosse si dissolsero progressivamente. Tuttavia, il loro obiettivo politico principale, il fallimento del compromesso storico, fu di fatto raggiunto.
Il ruolo del Partito comunista italiano e il tramonto del compromesso storico sono ancora oggetto di discussione. Come la vede lei?
Un anno dopo il delitto Moro, il Pci arretrò rispetto a quella linea. È un dato storico. Va ricordato però che nella Dc il consenso al compromesso fu pressoché unanime alla vigilia della formazione del governo guidato da Giulio Andreotti. Le obiezioni interne erano in larga misura integrative. La verità è che per dare stabilità al Paese la Dc doveva restare unita e praticare quell’alleanza. Moro era convinto che solo mantenendo saldo il partito si sarebbe potuta aprire una prospettiva politica nuova.
In quegli anni pesava anche la dimensione internazionale della Guerra fredda e il posizionamento dell’Italia.
Certamente. Il Pci guidato da Enrico Berlinguer aveva compiuto passi rilevanti, accettando la collocazione dell’Italia nel campo occidentale e rileggendo criticamente la rivoluzione del 1917. Tuttavia, non vi fu mai una dissociazione totale dall’Unione Sovietica. I finanziamenti del Partito comunista sovietico arrivarono fino ai primi anni Novanta. In questo quadro, l’Italia aveva scelto con decisione il campo atlantico, rifiutando di collocarsi nella sfera orientale.
Che cosa resta oggi dell’eredità politica di Aldo Moro?
Resta la sua capacità di leggere la complessità della storia italiana. Moro aveva una visione fondata sulla logica della ragione politica e della ragione di Stato. Se fosse tra noi oggi, la sua prima preoccupazione sarebbe probabilmente preservare l’autonomia sostanziale del popolo italiano, consolidando al tempo stesso l’ancoraggio europeo. In questo senso, esisteva un filo ideale che lo legava alla stagione di Alcide De Gasperi: l’europeismo come strumento di forza e non di subordinazione.
Alla luce degli attuali mutamenti geopolitici, quella lezione può essere ancora utile?
Direi indispensabile. I problemi che Moro aveva intravisto si sono ripresentati su versanti diversi. Oggi più che mai servirebbe una politica capace di coniugare autonomia nazionale e responsabilità internazionale. La salvaguardia delle ragioni fondamentali dello Stato passa dalla capacità di pensare strategicamente il proprio posto nel mondo, evitando tanto l’isolamento quanto la dipendenza.
















