Dall’Iran al Mar Rosso, gli eventi recenti riflettono una trasformazione più profonda: la competizione tra grandi potenze si gioca sempre più nei sistemi che sostengono l’economia globale
Le crisi recenti – dall’Iran al Mar Rosso – non sono episodi isolati. Sono manifestazioni visibili di una trasformazione più profonda che sta ridefinendo il modo in cui si esercita il potere nel sistema internazionale.
Negli ultimi mesi, il dibattito si è concentrato sull’escalation e sui rischi immediati. Ma fermarsi alla dimensione contingente significa perdere di vista la dinamica strutturale che collega questi eventi. Sempre più spesso, ciò che appare come una crisi regionale è in realtà l’espressione locale di una competizione geopolitica globale.
Questo articolo non analizza una singola crisi, ma il modello che le accomuna.
Per gran parte dell’era moderna, la competizione tra Stati è stata interpretata in termini territoriali. Il potere si misurava attraverso il controllo di terra, risorse e popolazioni, mentre il confronto si esprimeva principalmente attraverso il conflitto militare, le alleanze e la difesa dei confini. Anche con l’intensificarsi dell’interdipendenza economica, la globalizzazione è stata a lungo considerata un sistema neutrale – uno spazio entro cui gli Stati competevano, ma non l’oggetto stesso della competizione. Questa assunzione oggi non regge più. Sempre più, l’infrastruttura stessa della globalizzazione – sistemi energetici, catene di approvvigionamento, reti finanziarie e corridoi marittimi – sta diventando il terreno centrale della competizione geopolitica. Il potere non si esercita più soltanto attraverso il controllo del territorio, ma attraverso l’influenza sui sistemi che rendono possibile l’attività economica.
La domanda non è più chi controlla i territori. È chi controlla i flussi. Questo cambiamento è in parte il risultato del successo stesso della globalizzazione. Con l’integrazione crescente di produzione, trasporti e finanza, sono aumentate anche le vulnerabilità. Dipendenze nelle forniture, concentrazione delle reti e strozzature geografiche hanno creato nuove forme di leva strategica – meno visibili della forza militare, ma spesso altrettanto decisive.
Sta emergendo così una forma distinta di azione strategica: lo statecraft delle catene di approvvigionamento – l’uso dell’infrastruttura economica globale come strumento di competizione geopolitica.
In questo quadro, gli Stati non si limitano a rafforzare la propria posizione. Cercano di modellare l’ambiente in cui operano i loro rivali. L’influenza si esercita non solo costruendo capacità, ma controllando l’accesso, reindirizzando i flussi e introducendo attriti nei sistemi da cui dipendono gli altri.
Questa logica è già visibile in diversi ambiti. Nel settore energetico, sanzioni e conflitti hanno accelerato la frammentazione dei mercati globali. Canali di approvvigionamento a prezzi scontati tra produttori sanzionati e acquirenti disposti ad accettarne i rischi si sono ampliati, creando circuiti paralleli che operano accanto al sistema ufficiale.
Nel settore industriale, la concentrazione della capacità di lavorazione dei minerali critici in pochi Paesi ha generato nuove dipendenze. Il controllo su questi input – essenziali per batterie, semiconduttori e tecnologie avanzate – è diventato una leva strategica sempre più rilevante.
Nel dominio finanziario, la centralità del dollaro e delle istituzioni occidentali continua a rendere le sanzioni uno strumento potente. Ma allo stesso tempo emergono meccanismi alternativi – canali opachi, accordi in valuta locale, reti parallele – che mirano a ridurre questa dipendenza.
Nel dominio marittimo, la geografia resta determinante. Una quota significativa del commercio globale — e gran parte dei flussi energetici – attraversa un numero limitato di passaggi strategici, tra cui lo Stretto di Hormuz, Bab el-Mandeb e Malacca. Per decenni, questi punti sono stati considerati strumenti di influenza occidentale.
Oggi stanno assumendo un ruolo diverso. Lo Stretto di Hormuz, in particolare, non è più soltanto una vulnerabilità teorica. È diventato uno strumento attivo di pressione, in cui le condizioni di transito sono influenzate da dinamiche politiche e dal rischio di interruzione.
Allo stesso tempo, produttori e consumatori stanno adattando i flussi, cercando rotte alternative. La pressione non blocca i sistemi: li costringe a trasformarsi, spesso a costi più elevati e con maggiore opacità.
Questo riflette una dinamica più ampia: la pressione sui chokepoints strategici – l’uso o la minaccia di interruzione di snodi geografici critici per influenzare sistemi più ampi di interdipendenza.
Ma questi sviluppi mostrano anche i limiti del controllo. Gli attori si adattano, aggirano gli ostacoli, ricostruiscono le reti. La vulnerabilità non scompare: si redistribuisce.
Qui emerge un secondo concetto chiave: il contenimento indiretto. Gli Stati non si confrontano sempre direttamente. Piuttosto, modellano l’ambiente in cui operano i rivali, introducendo pressione nei sistemi su cui essi dipendono. L’effetto si propaga oltre il teatro immediato, influenzando attori e mercati globali.
Il potere si sta spostando dal controllo del territorio al controllo dei sistemi.
Questo non significa la fine dell’interdipendenza. Al contrario, essa resta la caratteristica centrale dell’economia globale. Ma il suo significato sta cambiando: da fonte di beneficio reciproco a fonte anche di vulnerabilità reciproca.
La sfida strategica per gli Stati non è uscire da questi sistemi, ma gestire la propria esposizione al loro interno. Questo implica diversificare le catene di approvvigionamento, garantire accesso a risorse critiche e sviluppare capacità di adattamento in condizioni di shock. Ma implica anche riconoscere i limiti della leva.
Sanzioni, controlli e coercizione economica generano risposte adattive. Nel tempo, queste possono creare sistemi alternativi che riducono l’efficacia degli strumenti utilizzati. Si crea così un paradosso: gli strumenti usati per rafforzare l’influenza possono, se abusati, contribuire a eroderla.
Questa trasformazione non è il risultato di una singola strategia coerente. È il prodotto di decisioni frammentate, adattamenti di mercato e dinamiche interattive. Ma la direzione è chiara. I principali terreni della competizione geopolitica si stanno spostando dai confini territoriali alle infrastrutture che sostengono la vita economica e politica.
I punti di crisi possono essere locali. Ma il sistema che stanno trasformando è globale. Nel XXI secolo, il potere apparterrà a chi saprà controllare – e resistere alle interruzioni – dei sistemi che sostengono l’economia mondiale.
















