C’è da correre con Bruxelles a trovare rapide soluzioni al caro-bollette. Lo chiedono le famiglie e le imprese che pagano a dismisura lo scoperto energia che l’Italia si trascina da tempo. L’Agenzia Internazionale dell’Energia l’ha definita la peggiore crisi da anni. L’opinione di Maurizio Guandalini
Energia a prezzi accessibili. È ripetuto più volte nelle conclusioni del Consiglio europeo del 19 marzo. Dalla pagina 11 alla pagina 13. Il resto si risolve negli inviti alla Commissione a presentare un pacchetto di proposte. Senza ritardi. Per famiglie e imprese il ritardo è già adesso. Sono necessarie risposte mirate e coordinate, si legge nei fitti paragrafi del comunicato finale.
Una contraddizione in termini per un’Europa così varia e intrisa d’interessi. Diversi. Da Paese a Paese. Che mal si concilia con discussioni rapide e incidenti. Se pensate che in questi consigli stanno discutendo da mesi del via libera al prestito di 90 miliardi all’Ucraina. Mentre il premier ungherese Viktor Orbán e lo slovacco Robert Fico stanno aspettando soluzione alla chiusura provocata da Volodymyr Zelensky dell’oleodotto che porta il gas dalla Russia ai loro Paesi.
L’Italia a Bruxelles proponeva una sospensione degli Ets (un sistema di quote, chi inquina di più paga di più: prima della guerra il costo era 6 euro alla tonnellata ora sono 86 euro. Se ne riparlerà a luglio 2026. Modifiche ma no cambio, parola di Merz), uno scatto verso gli eurobond e debito comune. Ma di magnifiche sorti e progressive ci stanno solo impercettibili tracce. È così vero che si parla di un ritorno al carbone (la Germania l’ha fatto senza tergiversare). Lo leggiamo dai titoli dei giornali. Le forniture di gas del Qatar sono saltate per anni. Algeria alza i prezzi, chiediamo anche a Usa e azeri mentre i costi in agricoltura sono schizzati del 30%. C’è il rischio del caro pane. Dall’Europa arriva il consiglio di usare meno gas. E di saltare la procedura per riempire le riserve, senza scorte rischiamo di rimanere al freddo.
Fatih Birol, capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha detto che la guerra potrebbe portare il mondo “alla peggiore crisi energetica degli ultimi decenni”. Siamo oltre l’emergenza. La guerra ha segnato irrimediabilmente le prospettive future. E l’Italia, seconda industria manifatturiera (mix di materie prime, manodopera ed energia) in Europa, paga ritardi di peso coincidenti con i lenti investimenti nella decarbonizzazione, l’assenza di una politica industriale europea e un mercato unico dell’Energia (che scatterà dal 2030). La botta tombale è sulla competitività delle nostre aziende su cui pesa il 30% dei costi in più dell’energia rispetto agli altri Paesi dell’Unione. Prima della guerra era 106 euro al megawattora, oggi ha toccato i 160.
Nell’immediato si può agire percorrendo alcune strade. Non si va a prendere gas e petrolio dai russi (un modo rapido per abbassare i costi) per ragioni di opportunità però si può incidere efficacemente sul caro bollette dell’elettricità. Che sono determinate dal riferimento del prezzo del gas. Intervenendo sul meccanismo del cosiddetto riallineamento. Produciamo il 47% dell’energia dalle rinnovabili, il resto è gas. Non si comprende – lo ricordano tante associazioni imprenditoriali come il Presidente di Confimi Industria, Paolo Agnelli – perché il prezzo della luce è calcolato sul 100% del gas invece che sul 50%. Mettere mano (sui giganteschi ‘extra profitti’, espressione volgare ma ci siamo capiti), con delicatezza, sulle tre aziende di Stato che hanno in pratica il monopolio dell’energia e che vendono, tra l’altro, energia rinnovabile al prezzo dell’energia fossile. Ci vuole garbo perché a differenza dell’Edf di Francia, nazionalizzata, 100% dello Stato, le nostre tre hanno invece una partecipazione al 30% e sono quotate in borsa. È lineare che un loro contributo lo devono e lo possono dare a vantaggio di imprese e cittadini. Iniziando da Iva, oneri di sistema e accise (che incidono per il 15,6% sui prezzi). A proposito di accise il prezzo della benzina alla pompa è ritornato a salire. L’effetto accise è andato sotto l’uscio.
Nel frattempo è inderogabile accelerare sulle politiche energetiche green delle rinnovabili (sono da snellire le procedure autorizzative per i progetti di grandi dimensioni come l’eolico off-shore e mettere a gara le concessioni per l’idroelettrico: l’Europa lo chiede da due anni). L’Italia ha subito continui stop and go. È il paradigma della passione per il verde. Si potrebbe fare, non si fa, chi lo dovrebbe fare? Fulminei innamoramenti. Nostalgici addii. Inframezzati da mode. Disneyane narrazioni. Rituali. Convenienza di brand facili. Avvolti nell’ideologia della scusa dell’ambiente, più che nella scienza. Durante la stesura del libro ‘La Transizione Ecologica (raccontata da chi la fa)’, uscito due anni fa, un riconosciuto studioso mi portò un esempio illuminante. 690 condomini di Milano scaldati con caldaie a gasolio producono tanta Co2 pari a tutto il parco macchine circolante nella città meneghina. E se prima di pensare alle auto elettriche (la tecnologia funziona quando è desiderabile non obbligata), ai divieti assurdi nelle città (per scavallarli basta pagare), si metteva mano al cambio delle vecchie caldaie? E se il bonus 150 prima delle case di pregio si destinava a edifici pubblici e case popolari rimettendo in sesto immobili fatiscenti che sprecano energia fuori misura? Giorgio Parisi, Nobel per la fisica, ha detto che per il clima servono misure drastiche, eque e solidali. In generale l’applicazione al cammino della transizione ecologica richiederà gradualità, senza lasciare nessuno indietro ascoltando e adottando soluzioni meditate, affrancate da inutili contrapposizioni. Quella che Carlo Petrini, di Slow Food, chiama la saggezza dei contadini dei saperi secolari che, insieme alla scienza, potranno fronteggiare scenari, di geoeconomia e geopolitica, popolati da ‘squali’, i decisori finali della rivoluzione energetica, impegnati a duellare per il controllo delle materie prime e delle risorse del sottosuolo.
















