Oggi non è tanto necessario prendere le distanze dal Presidente americano, quanto evitare che una possibile frattura possa assumere un significato ancora più profondo. E investire lo storico rapporto che da quasi un secolo unisce le due sponde dell’Atlantico. L’analisi di Gianfranco Polillo
Difendere oggi l’operato di Donald Trump è operazione quasi impossibile. Forse non sarà quel “bullo” descritto da Antonio Caprara (Piemme 2026), ma è senz’altro un TACO: Trump always chickens out (Trump fa sempre marcia indietro). Copyright: Robert Armstrong del Financial Times. E quel che sta avvenendo nella sua (e di Bibi Netanyahu) guerra contro l’Iran lo dimostra ulteriormente. Questo è ormai diventato uno dei principali problemi europei, in tema di politica estera. Per cui non è tanto necessario prendere le distanze dal Presidente americano – cosa ovvia, scontata e necessaria – quanto evitare che quella frattura possa assumere un significato ancora più profondo. E investire lo storico rapporto che da quasi un secolo unisce le due sponde dell’Atlantico.
Ovviamente non sarà semplice. Anche perché c’è chi soffia sul fuoco, sperando che quella frattura si trasformi in una vera e propria voragine, destinata a ribaltare completamente un vecchio sistema di alleanze. Prima di tentare l’identikit di guastatori vecchi e nuovi, è bene soffermarsi sul perché sia necessario mantenere le distanze dall’inquilino della Casa Bianca. Al di là degli errori compiuti, che sono tanti, c’è innanzitutto il giudizio dell’America, che stando ai vari sondaggi non sembra essere positivo per il Presidente.
Secondo l’ultimo numero dell’Economist, oggi in edicola, il tasso di approvazione della sua politica sarebbe inferiore “al livello più basso raggiunto da Joe Biden”. Quel minimo, ricorda il settimanale, fu toccato nel 2024, “dopo la sua disastrosa performance” nel faccia a faccia con lo stesso Trump. Fu allora, infatti che “molti americani conclusero che” Biden “non era idoneo a ricoprire quella carica”. I sondaggi sono stati effettuati prima della tregua appena annunciata. Quindi possono cambiare anche rapidamente. Il fatto, tuttavia, che all’origine di quella decisione vi siano stati i 10 punti proposti dall’Iran, come base della trattativa, non depone certo a favore di un recupero di credibilità. Semmai vale il contrario: essendo evidente la vittoria, al momento tattica, del regime degli Āyatollāh.
Dai grafici riportati dal settimanale inglese risulta evidente una perdita di consensi di carattere sistemico. Agli inizi del mandato, il sentiment del Paese era positivo, anche se fin da allora inferiore sia a quello di Obama che di Biden. Ma da quel momento la perdita di consensi risulta essere pari ad oltre 20 punti: più o meno il doppio di quanto avvenne per gli altri presidenti e per lo stesso Trump, durante il suo primo mandato. Di questo passo le elezioni di Midterm appaiono più che problematiche. I principali analisti prevedono che “i democratici conquisteranno la Camera dei Rappresentanti”. I bookmaker, a loro volta, “li danno come favoriti, seppur di poco, anche al Senato”.
Questi elementi dovrebbero spingerci a non dimenticare. In passato l’atteggiamento prevalente degli europei è stato, quasi sempre, ambivalente. Critico nei confronti della Casa Bianca, quando non se ne condividevano le azioni, ma sempre in sintonia con “l’altra America”. Quella che si opponeva alla guerra del Vietnam. Che criticava le grandi multinazionali, quando portavano avanti politiche di rapina nei confronti di Stati-vassalli. I giovani che nei campus affrontavano la polizia, che intendeva reprimere il dissenso. Ed ecco allora il giudizio anche fortemente negativo nei confronti di Lindon Johnson o Richard Nixon, democratico il primo, repubblicano il secondo, che quella guerra avevano voluto. Ma la solidarietà nei confronti di chi aveva il coraggio di dire: No.
Ed è stato questo legame più profondo che ha consentito a tutto l’Occidente di continuare ad essere quel faro, che, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, ha illuminato i destini del mondo. E che se ora si spezzasse, aprirebbe le porte ad un’avventura, di cui al momento non è possibile valutare gli enormi pericoli. Il che spiega perché la critica anche severa, deve essere comunque rispettosa, nei confronti dello stesso Trump. Ed invece sorprende che, in Italia, autorevoli ex presidenti del Consiglio, nonché senatori a vita, per compiacere la platea, usino linguaggi del tutto inappropriati.
C’è un aspetto anche più importante. La critica è nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca. Non riguarda certo gli Stati Uniti come nazione. Nè tanto meno il popolo americano. Anzi più forte è la critica, più profonde e sentite devono essere le distinzioni. Non è questione di semplice diplomazia, comunque importante. Ma di non recidere quel legame che ha caratterizzato la storia del ‘900 ed al tempo stesso consentito ad una comunità di uomini liberi di vivere e prosperare. Intaccare queste radici può portare ad errori drammatici.
Per questo è necessario smascherare coloro che vedono negli errori della presidenza americana il ghiotto boccone per rompere l’unità tra le due sponde dell’Atlantico. I motivi possono essere tra i più diversi. Vi può essere un fattore che deriva da vecchie culture sconfitte dalla storia, ma ancora parte integrante di un vissuto che non si vuol dimenticare. Ed ecco allora il riproporsi di vecchie teorie antimperialiste ed alcune volte anti capitaliste, seppure contaminate da vocazioni ambientaliste. Certo il comunismo, come dottrina di Stato, ha dato forfait. Ma se non vi fosse stata la Nato. Se l’Occidente non avesse favorito tendenze irredentistiche. Vladimir Putin, ancor oggi, giustifica l’aggressione nei confronti dell’Ucraina con la necessità di sconfiggere quei “nazisti” che sono i sodali di Zelensky. Una narrazione che spesso fa proseliti, specie tra le generazioni più giovani. Si pensi al tormentato rapporto “Israele – Palestina – Netanyahu”.
Poi vi sono gli interessi più corposi. Victor Orbán, il presidente dell’Ungheria, non è una mosca bianca nel panorama europeo. La sua parabola politica, da questo punto di vista, è significativa. Alfiere in passato dell’indipendenza ungherese, oggi appare soggiogato agli interessi di Mosca. Ma ben altri esempi della storia ci dicono quanto potente possa essere la suggestione di piegarsi ai potenti. A destra Vidkun Quisling, fondatore del partito fascista norvegese e collaboratore dei nazisti, Grazie ai quali divenne Presidente della Norvegia, per poco più di tre anni. Prima di essere giustiziato nel 1945 dal Fronte patriottico norvegese. A sinistra Janos Kadar, che si schierò con l’armata rossa durante la repressione della rivolta ungherese del 1956. E per questo rimase alla testa del suo Paese per oltre venti anni. Morì di cancro nel luglio 1989 all’età di 77 anni, tre mesi prima della fine formale del regime che in gran parte aveva creato.
In Italia, ma anche in altri Paesi europei, suggestioni analoghe le troviamo sia a destra che a sinistra. La Lega di Matteo Salvini non fa mistero delle sue simpatie nei confronti di Vladimir Putin. E quindi, per una sorta di proprietà transitiva, verso Donald Trump. Avendo come riferimento l’insofferenza nei confronti di quell’Ucraina che non si arrende al diktat del Cremlino. A sinistra, invece, oltre le vecchie suggestioni a favore del comunismo d’antan, ci sono tutte le ambiguità dei 5 Stelle.
Una parte del Movimento conserva una matrice libertaria, ma poi c’è Giuseppe Conte, con il suo trasformismo e la capacità di giocare ruoli diversi, anche se contrapposti. Una sorta di Fregoli della politica che guarda a Donald Trump, sebbene non esiti a criticarlo, avvolgendosi nel bandierone del pacifismo. Ma che, di fatto si muove in sintonia con Putin e Xi Jinping. Come dimenticare il suo trasporto per la “nuova via della seta” o l’avallo dato alla carovana di camion russi, che scorrazzava per l’Italia al tempo del Covid. Episodi che non devono essere dimenticati, per capire la reale natura del personaggio. Ma soprattutto per comprendere cosa realmente si nasconde dietro le posizioni più estreme.















