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Artemis II, lift off! Partita la missione che porterà quattro astronauti intorno alla Luna

Il lancio di Artemis II segna il ritorno degli astronauti oltre l’orbita terrestre dopo oltre mezzo secolo e apre una nuova fase dell’esplorazione spaziale. La missione, che farà un giro intorno alla Luna, sarà un test bed fondamentale in vista del prossimo allunaggio, previsto non prima del 2028. A bordo tre uomini e una donna, mentre da terra emerge con orgoglio il contributo dell’industria italiana, che da anni rappresenta il Paese nella cornice degli Artemis Accords. È solo il primo passo verso un’ambizione ancora più grande: costruire una presenza umana stabile sulla Luna

Alle 00:35 italiane del 2 aprile, undici minuti avanti rispetto alla finestra originale, lo Space launch system della Nasa ha lasciato la rampa 39B del Kennedy Space Center, dando ufficialmente il via alla missione Artemis II. La capsula Orion è ora in volo verso la Luna, con quattro astronauti a bordo che costituiscono il primo equipaggio umano a spingersi oltre l’orbita terrestre dalla fine del programma Apollo. L’Agenzia spaziale italiana ha seguito il lancio in diretta dalla propria sede a Roma, riunendo esperti, rappresentanti dell’industria e giovani studenti per condividere un momento che il settore spaziale aspettava da anni.

Il presidente dell’Asi, Teodoro Valente, che proprio il giorno prima del lancio era a Washington per la firma dello Statement of Intent tra il ministro Adolfo Urso e l’amministratore della Nasa Jared Isaacman, ha definito il lancio “un momento davvero storico”, ricordano che “il nostro Paese è stato tra i primi firmatari degli Artemis Accords con la Nasa, contribuendo fin dall’inizio a promuovere una cooperazione internazionale basata su trasparenza, sostenibilità e uso pacifico dello spazio”. 

Cosa farà Artemis II

Non si tratta di un allunaggio. Non ancora, almeno. Artemis II è una missione di test con equipaggio che ha l’obiettivo di verificare in condizioni reali di volo tutti i sistemi che nelle missioni successive dovranno portare gli astronauti sulla superficie lunare. Il viaggio durerà circa dieci giorni, con il massimo avvicinamento alla Luna (a poco più di 7mila chilometri dal satellite) previsto attorno al quinto giorno, con la possibilità di stabilire un nuovo record di distanza dalla Terra, superando quello dell’Apollo 13 del 1970. Il profilo di volo segue una traiettoria di ritorno libero, che sfrutterà la gravità lunare per riportare la capsula sulla Terra anche in caso di anomalie ai propulsori. A bordo verranno testati i sistemi di supporto vitale, la strumentazione di navigazione nello spazio cislunare e una nuova modalità di comunicazione laser capace di trasmettere video ad alta definizione quasi in tempo reale, oltre alla guida manuale della capsula in un ambiente senza Gps.

L’equipaggio

Ai comandi della missione c’è il comandante Reid Wiseman, veterano della Nasa con alle spalle una lunga carriera da pilota collaudatore nella US Navy. Il pilota è Victor Glover, primo afroamericano a spingersi oltre l’orbita terrestre bassa. Christina Koch, specialista di missione, detiene il record di permanenza più lunga nello spazio per una donna in una singola missione. Completa il team Jeremy Hansen, dell’Agenzia spaziale canadese, al primo volo spaziale e primo non statunitense a viaggiare verso la Luna.

Il contributo dell’Italia 

Ci vorrà ancora qualche anno prima che un italiano vada sulla Luna, ma c’è comunque tanta Italia a bordo di Artemis II. “Il ruolo dell’industria spaziale italiana è molto importante e penso che sia stato ampiamente riconosciuto negli anni”, ha affermato Massimo Claudio Comparini, managing director della divisione spazio di Leonardo. Un riconoscimento, spiega il manager, che si misura anche nei numeri: il contenuto italiano nei moduli pressurizzati del programma Artemis raggiunge infatti percentuali che persino i prodotti costruiti negli Stati Uniti possono eguagliare. Ma Comparini tiene a sottolineare che dietro ai grandi nomi industriali c’è un ecosistema più largo, dalla supply chain ai centri di ricerca. “Penso che sia importante sottolineare, con orgoglio ma anche con onestà, il ruolo di Leonardo come catalizzatore di un ecosistema, perché tutto quello che vediamo non sarebbe possibile se non avessimo ricercatori, competenze scientifiche accademiche e piccole e medie imprese che poi alla fine portano a questi risultati”.

Costruire una base lunare, però, è un lavoro che richiederà decenni e tecnologie ancora in pieno sviluppo. Ed è qui che entrano in gioco Thales Alenia Space e Telespazio, anch’esse nel perimetro di Leonardo. La prima sta sviluppando, nei suoi stabilimenti di Torino, il Multi-purpose habitat (Mph), il modulo pressurizzato destinato alla superficie lunare e destinato a diventare “la casa degli astronauti”. In questo momento, parte dei sistemi di supporto vitale dell’European service module che equipaggia la navicella Orion sono stati costruiti proprio dall’azienda. Franco Fenoglio, direttore dei programmi di esplorazione planetaria umana e robotica di Thales Alenia Space Italia, ha raccontanto come simili competenze affondino le radici nel lavoro sulla Stazione spaziale internazionale. “È lì che abbiamo imparato come disegnare e progettare i moduli.” Il salto verso la Luna, però, porta con sé sfide inedite. “Alla Luna avremo un sesto della gravità”, dice Fenoglio, “e questo cambia abbastanza radicalmente i parametri con cui progettare gli interni”. Cambia anche il metodo, con la progettazione sempre più human-centered che vede gli astronauti coinvolti fin dalle prime fasi di progettazione. “Più vai avanti — aggiunge — e più questo diventa complicato: un modulo già integrato diventa difficile da toccare”. 

Sul fronte delle infrastrutture di comunicazione e navigazione, Telespazio è stata selezionata dalla Nasa per il tracciamento radio di Artemis II attraverso le antenne del Centro spaziale del Fucino, in Abruzzo. Ma il suo contributo guarda già alle missioni successive. L’azienda guida infatti il consorzio europeo per il progetto Esa Moonlight, una costellazione di cinque satelliti (quattro per la navigazione e uno per le comunicazioni) destinata a diventare l’infrastruttura abilitante per tutta l’esplorazione lunare futura. “Sarà un po’ come avere sulla Luna quello che abbiamo sulla Terra con il nostro cellulare”, ha sintetizzato Cristina Valente, capo unità mercato Esa/Asi di Telespazio. Sapere dove ci si trova, potersi muovere sul suolo e trasmettere dati ad alta velocità in tempo reale sarà infatti cruciale per stabilire una presenza continuativa sul satellite. Gli usufruitori, precisa, saranno sia istituzionali che commerciali, e i primi utenti saranno i rover robotici, prima che arrivino gli astronauti. Perché, come ricorda Valente, “l’obiettivo oggi non è soltanto tornare sulla Luna, ma rimanere in permanenza”.


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