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Dalle salse piccanti alla Nutella, il fattore “gastronomico” della missione Artemis II

A bordo della missione Artemis II non c’è solo tecnologia d’avanguardia, ma anche gastronomia. E no, non si parla solo del celebre barattolo di Nutella, ma anche di cinque salse piccanti che la Nasa considera “essenziali”. Se in passato la priorità esclusiva era il nutrimento “biologico” degli astronauti, con l’odierna maturazione dei programmi spaziali, questo capitolo si arricchisce oggi di nuove considerazioni ed esperienze

A bordo della missione Artemis II non c’è solo tecnologia d’avanguardia, ma anche gastronomia. E no, non si parla solo del celebre barattolo di Nutella, ma anche di cinque salse piccanti che la Nasa considera “essenziali”: Tabasco, Sriracha, Cholula, Frank’s RedHot e Heinz Hot Taco Sauce. Non si tratta unicamente di una trovata pubblicitaria. Spazio e cibo sono più connessi di quanto non sembri a un primo sguardo. In microgravità il gusto si attenua, l’olfatto si riduce e la percezione del cibo si appiattisce. Il piccante interviene esattamente lì dove il sistema sensoriale perde efficienza e amplifica, corregge, ristabilisce la percezione del gusto. Il cibo, nello spazio, è anche una leva psicologica. Mantiene la routine, rafforza la familiarità e stabilizza l’equipaggio. Se in passato la priorità esclusiva era il nutrimento “biologico” degli astronauti, con l’odierna maturazione dei programmi spaziali, questo capitolo si arricchisce oggi di nuove considerazioni ed esperienze. E sul tema, anche l’Italia ha qualcosa da dire.

Dal survival food al comfort food orbitale

Questo slittamento, da pura nutrizione a esperienza complessiva, segna un passaggio che merita attenzione. Il menù di Artemis II, selezionato da una libreria alimentare molto estesa, racconta un’idea diversa dello spazio. Non più ambiente ostile da attraversare in economia, ma habitat da abitare, sia pure temporaneamente. E abitare significa anche riconoscere, nel gesto del mangiare, una forma di normalità. Il cibo, in questa prospettiva, diventa una sorta di dispositivo che media tra l’eccezionalità dell’ambiente spaziale e la necessità di conservare una routine più “terrestre”. 

Il precedente italiano con Ax-3

In questo quadro, c’è già un precedente tutto italiano. Con la missione Ax-3 organizzata da Axiom Space, il Belpaese ha portato in orbita, oltre all’astronauta Walter Villadei, anche l’Italian Space Food Project (sostenuto, tra gli altri, dall’Agenzia spaziale italiana), che non si è limitato a “spedire la pasta nello spazio”, ma ha di fatto tentato di tradurre, in condizioni radicalmente diverse, un patrimonio culturale che sulla Terra si dà per scontato. Il punto non è tanto se i fusilli riescano a tenere la cottura in microgravità (comunque una questione non banale!), ma il valore simbolico di portare un’abitudine consolidata sulla Terra direttamente nello spazio extra-atmosferico. A modo suo, una forma di “umanizzazione” dello spazio.

Si dirà: confronto improprio. Da un lato, la pragmaticità americana, che vede il piccante come una risposta a un problema fisiologico. Dall’altro, l’elaborazione italiana, con la cucina come leva di soft power. Ma è proprio nella divergenza che emerge la convergenza. Entrambi i modelli riconoscono, implicitamente, che lo spazio non è più soltanto dominio tecnico, ma anche culturale. Un ambiente in cui si esportano abitudini, si testano identità e si sedimentano pratiche. Uno “spazio” in cui il cibo smette di essere solamente un dettaglio logistico, ma diventa parte integrante dell’avventura spaziale.

Oltre l’orbita bassa

Al di là delle note di colore, quello del cibo nello spazio è un tema strettamente collegato al futuro dell’esplorazione spaziale. Se, come appare sempre più probabile, le missioni di lunga durata diventeranno la norma (senza parlare delle prospettive di permanenza stabile su Luna e Marte), quale sarà il “gusto standard” dello spazio? Una sintesi funzionale, costruita per ottimizzare prestazioni e benessere? O un mosaico di tradizioni nazionali, ciascuna impegnata a ritagliarsi un proprio spazio oltre l’atmosfera?

Per ora, la risposta è provvisoria e, in qualche misura, rassicurante. Nella capsula Orion vediamo salse piccanti di matrice popolare e barattoli di crema spalmabile, mentre nella Stazione spaziale internazionale arrivano piatti che rivendicano una storia, una geografia e una cultura. È un equilibrio istruttivo, perché suggerisce che, anche a centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra, l’uomo continua a portarsi dietro ciò che lo definisce. E forse è proprio questo il dato più interessante. Che la competizione per lo spazio, così spesso raccontata in termini di razzi, traiettorie e budget, si giochi anche su un terreno più discreto. Quello, apparentemente marginale, di ciò che scegliamo di mettere nel piatto. Anche quando il piatto, tecnicamente, non c’è.


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