A differenza della prima corsa allo spazio, stavolta non basterà solamente mettere piede sulla Luna per segnare il traguardo. Le potenze spaziali sono determinate a stabilire una presenza umana continuativa sul nostro satellite naturale nell’arco del prossimo decennio, ma si tratta di una sfida senza precedenti per complessità e rischi. Per la riuscita della missione e per garantire l’incolumità degli astronauti, la pianificazione dovrà mettere l’essere umano al centro. Ne abbiamo parlato con Ilaria Cinelli, esperta di medicina spaziale e di operazioni umane in ambienti estremi
La corsa alla Luna è tornata. Il programma Artemis, la sfida cinese entro il 2030, i piani per le basi permanenti sul suolo lunare: le grandi potenze hanno deciso che il satellite naturale della Terra è il prossimo passo. Ma arrivare sulla Luna è solo parte dell’impresa. Per far sì che la presenza umana sul suolo lunare sia stabile, c’è una variabile imprescindibile da prendere in considerazione: l’essere umano stesso. La reale capacità di sostenere la vita umana in quell’ambiente resta un divario enorme, e in larga parte sottovalutato. In questo contesto, anche la Difesa può rivestire un ruolo importante. Airpress ha esplorato questo tema con Ilaria Cinelli, ingegnere biomedico ed esperta di medicina spaziale e operazioni umane in ambienti estremi.
Partiamo dalle basi, si fa presto a dire “andiamo sulla Luna”. Ma, dal punto di vista medico e scientifico, cosa significa davvero sostenere la vita umana in quell’ambiente?
Significa molte cose. Partiamo dal presupposto che il grosso di quello che sappiamo sul sostegno alla vita umana nello spazio viene dagli esperimenti sulla Stazione spaziale internazionale. Sulla Iss sono stati sviluppati approcci clinici specifici per quel contesto operativo, ed è su quelli che si regge la sicurezza degli astronauti che tuttora operano nella stazione. Il problema è che quando si cambia contesto operativo bisognerebbe, in teoria, ricominciare da capo. Ecco perché i risultati di uno studio fatto sull’Iss non si possono applicare direttamente alla Luna, perché lì il corpo umano è esposto a condizioni completamente diverse. Basti pensare che, sulla Luna, siamo a un sesto della gravità terrestre.
E cosa si dovrebbe fare per ottenere questi dati?
Quello che si dovrebbe fare è finanziare molti più studi umani, quasi come si fa con i satelliti, per costruire una base di conoscenza medica paragonabile a quella che abbiamo per la Iss. Invece, si tende a procedere per missioni scaglionate, con una raccolta di dati ancora insufficiente. E questo può comportare rischi enormi. Dal momento della manovra translunare in poi, il secondo giorno della missione Artemis II, l’equipaggio aveva superato il punto di non ritorno e, se fosse successo qualcosa, non ci sarebbe stato modo di fornire assistenza agli astronauti.
E Artemis II è partita da questa consapevolezza?
Sì, ed è per questo che la ritengo una missione molto ben riuscita da quel punto di vista. Artemis II, potremmo dire, ha rivisto in chiave moderna l’approccio delle missioni Apollo. Adesso quell’approccio è molto più scientifico: l’uomo non è un payload, ma un componente della missione e uno strumento chiave per collegare l’umanità con lo spazio profondo. I dati raccolti serviranno ad allenare algoritmi di intelligenza artificiale a supporto della sicurezza delle missioni future ed è la prima volta che si costruisce davvero un database di alta qualità in quest’ottica, mentre prima si raccoglievano dati prevalentemente per esigenze del momento. Artemis II invece è una missione dimostrativa nel senso tecnico del termine: metti quattro persone in una navicella, vedi cosa funziona e vai al passo successivo. Ma questa volta l’essere umano non è un payload passivo, bensì il cuore dello studio. Ci stiamo spingendo verso un design human-centered, e questa è la vera rivoluzione. Fino ad oggi l’uomo è stato inserito nel ciclo di ingegneria quasi per necessità. Adesso, invece, è il punto di partenza.
Rispetto all’orizzonte lunare, lei parla di “ricominciare da capo” quando si cambia contesto operativo. Ma quindi i dati della Iss non servono a niente?
Servono, ma non sono trasferibili così come sono. E qui c’è un problema più profondo che spesso sfugge all’attenzione dei più. I campioni esaminati sono talmente piccoli che non bastano per realizzare una statistica nel senso classico del termine. I sintomi clinici che possono manifestarsi soprattutto a seguito dell’esposizione allo spazio profondo variano da individuo a individuo, ed è difficile “generalizzarli”. Quello che serve è una medicina di precisione, con un profilo clinico personalizzato per ciascun astronauta.
Quando dice che sulla Luna si andrà incontro a condizioni che impatteranno in modo irreversibile la salute degli astronauti, cosa intende?
Spesso si assume che tutta la ricerca medica sugli astronauti debba riguardare solo le condizioni reversibili. Ma non tutto è reversibile e lo sviluppo di contromisure ne deve tener conto. La demineralizzazione ossea è l’esempio più ovvio: senza contromisure adeguate, si perde densità ossea e la si perde definitivamente. In modo analogo a quanto fatto per l’Iss, una base lunare deve disporre di una strumentazione, come una palestra, che ricreerà le condizioni per il suo recupero attraverso l’esercizio fisico. Senza, il rischio di fratture aumenterà in tutte le attività che gli astronauti dovranno condurre. C’è poi un altro aspetto importante. Le conseguenze dell’esposizione allo spazio si vedono spesso a distanza di anni dalla missione, non durante il suo svolgimento. E, in alcuni casi, esse hanno un impatto devastante sulla vita di una persona. Questo è il costo umano nascosto dei programmi spaziali.
A proposito delle differenze tra l’Iss e Luna, al di là della gravità, quali sono le altre grandi variabili che cambiano?
La distanza è la prima. La Iss è a circa quattrocento chilometri dalla superficie terrestre, mentre la Luna è a tre giorni di viaggio dalla Terra. Le procedure di emergenza che abbiamo costruito per la Iss sono state sviluppate a caro prezzo, dopo che delle persone sono morte nei voli del Challenger e del Columbia. Sono una garanzia reale sulla vita degli astronauti. La seconda variabile è l’autonomia. In Artemis II l’equipaggio è stato autonomo per quaranta minuti (durante il passaggio dietro la Luna), senza comunicazioni. Nelle future missioni sul suolo lunare questa autonomia sarà strutturale e qualunque decisione medico-operativa spetterà all’equipaggio, a prescindere dalla competenza specifica del singolo. Anche un taglio banale rischia di diventare un problema serio, perché la cicatrizzazione nello spazio avviene più lentamente. Allo stesso modo, i materiali in dotazione hanno una durata limitata e tutti i tipi di scarti devono essere confinati senza contaminare l’equipaggio. Poi ci sono le radiazioni. Allontanandosi dall’orbita bassa l’esposizione aumenta in modo significativo. Alcune possono essere schermate, altre no. E tutelare la salute degli astronauti, oltre che imperativo morale, è cruciale anche per il Paese.
In che senso?
L’astronauta non è solo un operatore scientifico, ma un vero e proprio strumento geopolitico, con un potere di rappresentanza superiore anche a quello di un ambasciatore. Pensiamoci: tutti conoscono Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti, no? Parlano lingue diverse, scrivono libri, tengono conferenze, istruiscono la popolazione. Tutta quella visibilità è il ritorno di investimento che il Paese recupera attraverso la figura di un essere umano reale. Bisogna investire meglio e di più sulla formazione degli astronauti, altrimenti si rischia di arrivare sulla Luna e, una volta raggiunto il traguardo simbolico, non avere più fondi e operatori a disposizione che possono continuare quanto è stato fatto nel passato.
Insomma, c’è il rischio che vada a finire come per il programma Apollo?
Sì, soprattutto dal punto di vista europeo. Il programma Artemis è un’iniziativa a guida americana ma, se un domani Washington dovesse rinunciarvi e noi non avessimo investito nel frattempo sulla sicurezza degli astronauti (che al momento è una prerogativa della Nasa), rischieremmo di ritrovarci incapacitati a immaginare missioni autonome europee.
E qui veniamo al punto dolente. L’Europa non ha accesso autonomo allo spazio. Quanto pesa questo fattore sullo scarso livello di ambizione europea?
Pesa, ma il problema è più profondo del solo accesso fisico. Le agenzie spaziali europee, anche quelle più attive (come quelle di Germania e Francia), fanno ricerca medica e di sicurezza con un approccio conoscitivo, direi esplorativo. La ricerca operativa, invece, quella che informa direttamente il disegno di missione stabilendo cosa serve al corpo umano per restare sano e capace di lavorare in quelle condizioni specifiche, è totalmente guidata dagli Stati Uniti.
Eppure all’ultima ministeriale Esa di Brema sono stati allocati quasi 23 miliardi. Quindi i soldi ci sono.
I soldi non sono il problema: è il modo in cui vengono investiti a esserlo. Alla ministeriale hanno allocato quasi 23 miliardi, e hanno annunciato una revisione di mid-term dopo appena un anno e mezzo per via del contesto geopolitico. Significa introdurre incertezza in una filiera in crescita, e l’incertezza in questo settore ha un costo preciso: rallenta gli investimenti privati, frena lo sviluppo tecnologico e indebolisce la posizione competitiva dell’Europa nel momento sbagliato.
Lei infatti sostiene che le agenzie spaziali sono istituzioni scientifiche e non possono fare strategia di lungo termine. Chi dovrebbe farla, allora?
La Difesa. Chi si occupa della difesa nella nazione deve fare difesa anche nello spazio. Le agenzie spaziali hanno un mandato prevalentemente scientifico e civile, e non è il loro compito occuparsi di difesa. Si tratta di garantire che gli investimenti strategici che facciamo siano guidati da chi già si occupa di protezione, sicurezza e strategia di lungo termine: perché lo spazio non è più solo un laboratorio scientifico, è un dominio operativo con ricadute dirette sulla sicurezza delle infrastrutture terrestri e sugli equilibri geopolitici tra nazioni. Le attività che si stanno sviluppando nell’orbita lunare e lungo le rotte Terra-Luna non sono neutrali: chi controlla quei corridoi, chi presidia quei punti di accesso, chi stabilisce le regole operative in quel dominio, avrà un vantaggio reale — non simbolico — nei rapporti di forza sulla Terra. Un’infrastruttura spaziale non presidiata strategicamente è un’infrastruttura vulnerabile. Un astronauta è un operatore per missioni scientifiche — non farà mai strategia o sicurezza nazionale, non può farlo. È come chiedere a un civile di lavorare come generale in un ufficio della Difesa. La Difesa potrebbe costruire una componente strategica dedicata — come i Guardians della Space Force americana — e mandare in orbita chi già opera in questi ambiti sul territorio nazionale. Sarebbe il modo per trasformare una presenza simbolica in peso geopolitico reale, e per sedersi ai tavoli dove si scrivono le regole di un dominio che altri stanno già definendo senza di noi.
A proposito di presidi, parliamo di cosa non potrà mancare sulla base lunare. Diceva prima che la palestra non è un comfort ma un sistema di supporto vitale. Cosa altro rientra in quella categoria?
Prima di tutto, bisogna validare tutto quello che al momento esiste solo su carta. I disegni dei villaggi lunari sono bellissimi, ma sono quasi tutti teorici. L’architettura spaziale degli habitat è puramente teorica e non abbiamo ancora mai messo davvero un essere umano dentro uno di questi edifici. Validarli significa ad esempio capire che l’uomo non può vivere in un habitat più piccolo di un camper. Servono spazi che consentano un equilibrio psicofisico reale.
Ecco, quanto conterà il fattore psicologico nella pianificazione degli insediamenti lunari?
Conterà moltissimo. Noi esseri umani, come tutti gli animali, siamo territoriali. Sulla Iss, le cabine individuali sono grandi come vecchie cabine del telefono, ma già quello fa una differenza enorme. Nell’architettura di un habitat lunare bisognerà tenere conto dell’equilibrio tra spazio privato e spazio condiviso. In fondo, si tratta di dinamiche sociologiche intrinseche della nostra specie. E poi c’è la questione della sostenibilità. Non c’è quasi un edificio su questo pianeta che, ad oggi, sia realmente sostenibile. Dobbiamo progettare strutture sulla Luna che gestiscano autonomamente acqua, energia e rifiuti in un ambiente estremo, senza poterci permettere prove ed errori. Il concetto chiave è quello di un ecosistema, con l’essere umano al centro. Se questo modello funzionasse e lo trasferissimo anche ai voli commerciali, alle navi e ai sottomarini, l’impatto sulla vita quotidiana sarebbe enorme. Immaginiamo una casa che raccoglie l’acqua piovana, dove il WC non usa acqua potabile, dove si è in una condizione di igiene garantita senza dipendere dalla rete idrica. Sembra fantascienza, ma è esattamente questo l’obiettivo.
Insomma, per tirare delle somme, perché sia di successo l’impresa lunare dovrà mettere l’essere umano al centro, e quindi gli astronauti. Quale sarà il “modello” di astronauta che andrà sulla Luna?
Per decenni abbiamo investito nella costruzione dell’immagine dell’astronauta-supereroe, infallibile. Con Artemis II, invece, abbiamo visto qualcosa di completamente diverso. Solitamente gli astronauti vengono quasi tutti da un background militare e le comunicazioni operative sono a botta e risposta, asciutte, senza spazio per le emozioni. Eppure, in questo caso, gli astronauti di Artemis II si sono fermati a esprimere le loro fragilità, anche nel dialogo con il mission support. È la prima volta che succede in modo così esplicito in una missione ad alto rischio. Basti pensare al comandante della missione, Reid Wiseman, che ha dato a un paesaggio lunare il nome della moglie scomparsa. Stava cercando di elaborare un lutto, ma stava anche cercando di umanizzare quello che vedeva. Perché quello che si vede sulla superficie lunare, se si prende una fotografia e la si guarda davvero, non ha nulla di umano. Non c’è nessun riferimento alla storia, alla cultura, ai legami. Ci si disconnette da tutto ciò che si è imparato. E, in quel contesto, nominare qualcosa che ti appartiene è un atto di resistenza umana. L’eroe vero del mondo moderno non è il supereroe, ma l’essere umano fragile che sa gestire la propria fragilità, non nasconderla. E vederlo accadere in una missione operativa di così alto rischio ha significato molto.















