Può esistere una coesione nazionale dentro un sistema che comprime la rappresentanza? Si possono chiedere sacrifici e riforme profonde senza cittadini motivati e realmente rappresentati? La riflessione di Raffaele Bonanni
Ogni volta che si riapre il cantiere della legge elettorale, il copione resta identico: si discute di formule, soglie e premi di maggioranza, ma si evita il punto decisivo, cioè restituire ai cittadini il diritto di scegliere davvero i propri rappresentanti.
Cambiano le sigle dei sistemi e le convenienze dei partiti, ma il principio resta lo stesso: la politica continua a diffidare degli elettori e difende il proprio potere di nomina.
Anche il confronto di queste settimane lo conferma. Il dissidio non riguarda la qualità democratica del sistema, bensì l’entità del premio destinato a chi superi il 40 per cento.
Un meccanismo che rischia di trasformare una vittoria relativa in un’investitura sproporzionata, aggravando la distanza tra istituzioni e società.
La metà degli italiani che non vota non è composta da cittadini distratti o indifferenti. È un elettorato che percepisce un sistema bloccato, costruito per impedire il ricambio della classe dirigente.
Le leggi elettorali degli ultimi decenni hanno sequestrato la rappresentanza, sostituendo il rapporto diretto tra eletto ed elettore con la fedeltà ai vertici di partito.
Il parlamentare non risponde più al territorio, ma a chi lo ha collocato in lista. Così si spezza il legame fiduciario tra cittadini e istituzioni.
In una democrazia liberale i partiti dovrebbero essere strumenti di partecipazione e luoghi di selezione della classe dirigente. In Italia, invece, si sono trasformati troppo spesso in apparati autoreferenziali, popolati dalle stesse nomenclature da decenni.
Le oligarchie interne blindano sé stesse attraverso parlamenti di nominati e gruppi dirigenti cooptati. Da qui derivano immobilismo riformatore, sfiducia popolare e crescente astensione.
Non è casuale che maggioranza e opposizione convergano quasi sempre su due punti: l’esclusione delle preferenze e il ridimensionamento di ogni autentico proporzionale.
Il feudale “jus nominandi” resta il vero collante trasversale del sistema. Sbarramenti e premi servono a spingere artificialmente ogni cultura politica dentro un bipolarismo forzato che, in nome della governabilità, ha prodotto instabilità, disaffezione e fuga dalle urne.
La domanda che nessuno affronta è semplice: può esistere una coesione nazionale dentro un sistema che comprime la rappresentanza? Si possono chiedere sacrifici e riforme profonde senza cittadini motivati e realmente rappresentati?
Finché il bipolarismo italiano poggerà su queste fondamenta fragili, il circuito resterà inceppato. Per questo le forze centriste dovrebbero smettere di disperdersi in correnti e piccoli recinti identitari.
Continuare a vivere di rendita accanto ai poli significa alimentare un potere nel quale non ci si riconosce più.
Non sarà il populismo, radicato a destra e a sinistra, a riportare gli italiani alle urne. Potrà riuscirci invece un’area moderata, riformatrice e responsabile, capace di ritrovare unità e visione.
Anche i centristi hanno responsabilità pesanti nella loro lunga latitanza politica: troppi adattamenti tattici, troppe convenienze di posizione.
Ma senza una loro ricomposizione sarà difficile restituire equilibrio, rappresentanza e credibilità alla democrazia italiana.
Dunque è un bene che si organizzino in un rassemblemant per partecipare alla competizione, non per per essere scudieri di posizioni altrui.
















