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Dal Mediterraneo all’Artico, quale politica del mare per l’Italia. Scrive Maresca

Di Maurizio Maresca
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La crisi del diritto del mare e la crescente centralità delle rotte artiche impongono all’Italia di definire una politica marittima più competitiva, capace di tutelare il ruolo del Mediterraneo nei traffici europei e di affrontare il rafforzamento delle sovranità costiere sugli stretti e sui corridoi strategici. Il tema sarà al centro del convegno “La nuova strategia italiana per l’Artico”, in programma il 20 luglio a Palazzo Giustiniani con la partecipazione del ministro Antonio Tajani, anticipato in questo articolo dal professor Maurizio Maresca, tra i relatori dell’incontro

Il punto vero in questa fase del mondo è che cosa il nostro governo può fare per reagire alla crisi del diritto del mare e costruire una politica del mare competitiva.

Il diritto del mare

La vicenda dell’Iran conferma come Cina e Russia, e in una qualche misura anche gli Stati Uniti, come sempre protagonisti/competitors, restino sintonici in materia di governo marittimo, costituendo, con i loro alleati (fra i quali i Paesi arabi, la Turchia, Israele e l’India), un solido riferimento per la gestione delle crisi internazionali. Con l’intesa fra Iran e Stati Uniti (art. 5), si prende infatti atto del “risorgere” o rafforzarsi della sovranità degli Stati costieri: liberi, negli stretti, nel mare territoriale e nella zona economica (e persino nell’alto mare), di regolare i traffici in funzione degli interessi nazionali (e non della libertà di transito). Un “nuovo” diritto del mare che incide su tutti i corridoi marittimi: e cioè il Mar Rosso, che oggi pare più che mai complicato, ma che è essenziale per il Mediterraneo; il corridoio africano, che sembra vada rafforzandosi e che si attesta sui sistemi logistici del Nord Europa (e semmai su Gibilterra e Tangeri); i diversi stretti nel Mar Cinese Meridionale e i passaggi artici, con mille problemi operativi, ma con un transit time invidiabile, provenienti dalla Northern Sea Route (Russia/Cina) o dalla Groenlandia (Stati Uniti e Canada): due visioni territoriali diverse, ma un solo approccio tecnico-giuridico.

Da quanto sopra si profila un enorme pericolo per il Mediterraneo, che corre il rischio di non essere lo strumento di alimentazione dell’Europa attraverso i tre corridoi verticali che le varie norme europee, sin dagli anni ’90, hanno descritto. Resta da domandarci quale sia stato, sul Mediterraneo, il contributo dell’Unione Europea, che ha sempre guardato ai porti del Northern Range e che, con l’Artico in movimento, dovrà concentrarsi su 5/6 nuovi sistemi che si aggiungeranno (a est o a ovest). E ancora, vi è da domandarci a che cosa sia servita l’Unione per il Mediterraneo (UpM), costituita fra tutti i Paesi rivieraschi nel 2008 per puntare ad alcune politiche comuni (quella sulla mobilità in primis). Il rischio è quello di un grande lago contornato da Paesi poveri, indebitati e incapaci di competitività, dedicato al turismo di vario tipo, dove però si sperimenta quotidianamente, con le tragedie sulle migrazioni, il fallimento dei valori europei.

L’Europa unita e le sue sfide per la mobilità

Pur essendo gli Stati mediterranei, in teoria, chiamati a partecipare a un nuovo assetto del diritto del mare per presidiare un minimo di libertà di navigazione, nessuno di essi pare in grado. È giocoforza necessaria un’Europa – magari mediterranea, in forza di un accordo di cooperazione rafforzata (art. 20 TUE) – che vada oltre il mercato unico e la concorrenza, i due perni della Comunità europea, per costruire una politica comune della mobilità, costruendo una rete europea davvero “federale”, così diversa dalle TEN-T del Regolamento 1679, ma anche affidando a un’autorità centrale gli investimenti nella mobilità. Il tutto alla luce di un interesse comune.

Insomma, una condivisione di competenze (o di sovranità) per sostenere una nuova integrazione che offra una sola voce a interessi comuni. Una soluzione, secondo alcuni, compatibile solo con il superamento della sciagurata guerra in Ucraina (che l’Unione dimostra di non saper gestire malgrado le norme del Trattato) e con il recupero della Russia in una politica di vicinato europeo, per avviare un nuovo inizio che assicuri competitività.


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