Al vertice della Nato ad Ankara, l’Indo-Pacifico è entrato nella conversazione attraverso una serie di incontri e iniziative che mostrano quanto profondamente i due spazi strategici stanno diventando interconnessi. Non si tratta dell’espansione della Nato nel Pacifico. Si tratta di una cooperazione costruita attorno a interessi condivisi, capacità industriali e vulnerabilità comuni
Al summit Nato di Ankara, l’Indo-Pacifico è entrato nella conversazione attraverso una serie di incontri e iniziative che raccontano quanto i due spazi strategici siano ormai interconnessi. Il punto non è un’espansione della Nato verso oriente, ipotesi che non è sul tavolo, ma la crescita di una cooperazione costruita intorno a interessi condivisi, capacità industriali e vulnerabilità comuni.
Il 7 luglio, il segretario generale Mark Rutte ha incontrato i rappresentanti dei quattro partner indo-pacifici della Nato — Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, i cosiddetti “IP4”. La discussione ha toccato Ucraina, Cina, Corea del Nord e Iran, per poi concentrarsi sulle aree in cui rendere più concreta la collaborazione: industria della difesa, cyber e tecnologia.
Da parte asiatica, l’interesse per questo rapporto sembra crescere proprio mentre Washington chiede agli alleati di assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Il presidente sudcoreano, Lee Jae-myung, ha indicato nella cooperazione con la Nato uno strumento per affrontare sfide che attraversano ormai i confini regionali, dalla sicurezza delle supply chain alla cooperazione militare tra Russia e Corea del Nord. Anche Tokyo insiste sulla stessa interdipendenza: secondo il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi, quanto accade nello spazio euro-atlantico e nell’Indo-Pacifico appartiene ormai a un unico quadro strategico. È una convergenza dettata da interessi concreti, che trova nell’approccio olistico alla sicurezza economica il terreno più immediato di collaborazione.
L’Italia fa parte di queste discussioni. Il presidente Lee era a Roma a metà giugno, pochi giorni prima della premier nipponica Sanae Takaichi – che ha coinvolto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel lancio europeo della revisione della Foip. A margine del summit, Meloni ha anche incontrato, con il vicepremier Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, Shinjiro Koizumi, MoD nipponico: “Abbiamo approfondito temi di interesse comune, con particolare attenzione all’area dell’Indo-Pacifico e alla delicata situazione in Medio Oriente”, ha spiegato Crosetto, aggiungendo che il colloquio è servito anche a fare il punto sul GCAP, definito “fondamentale per garantire capacità operative innovative e assicurare un vantaggio competitivo e tecnologico nel panorama aerospaziale”.
Il Gcap offre una buona chiave di lettura di quanto sta accadendo. Italia, Regno Unito e Giappone stanno costruendo una cooperazione destinata a integrare per decenni competenze industriali e tecnologie avanzate, dai sensori all’intelligenza artificiale, dalla guerra elettronica alla gestione dei dati. Ankara ha mostrato come questo tipo di relazione stia diventando una componente sempre più importante del rapporto tra Europa e Indo-Pacifico.
Nelle stesse ore, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno firmato un memorandum per accelerare il dispiegamento di piccoli reattori modulari nei Paesi terzi, con un focus iniziale sull’Indo-Pacifico. Il documento parla di economie di scala, riduzione del rischio, investimenti privati, processi autorizzativi e supply chain. La cooperazione strategica passa anche dalla capacità di offrire tecnologie, infrastrutture e standard competitivi ai Paesi che nei prossimi decenni dovranno soddisfare una crescente domanda energetica.
È qui che emerge il dato più interessante del summit. L’amministrazione Trump vorrebbe riportare la Nato ai suoi “factory settings”, con una maggiore responsabilità europea per la sicurezza del continente. Intanto, le capacità che sostengono la deterrenza occidentale seguono una geografia sempre più ampia. La sicurezza resta organizzata per teatri, ma industria, tecnologia e catene di approvvigionamento li attraversano continuamente.
La dinamica riguarda anche Paesi esterni al formato IP4. Rachel Rizzo, senior fellow dell’Observer Research Foundation, indica nell’India uno degli attori da osservare. Per l’analista, la crescita della spesa militare europea e la ricerca di nuova capacità produttiva possono offrire a Nuova Delhi uno spazio maggiore nell’ecosistema industriale della difesa euro-atlantico. La recente partnership di sicurezza e difesa con l’Unione europea, una base manifatturiera in espansione e un vasto mercato interno rafforzano la posizione negoziale indiana nei confronti dei partner europei.
Ankara, quindi, ha offerto un’immagine piuttosto precisa della traiettoria in corso. La Nato approfondisce la cooperazione con i partner indo-pacifici mentre Europa e Asia costruiscono relazioni industriali e tecnologiche sempre più dense. Gcap, Smr, cyber e supply chain appartengono a dossier differenti, ma convergono su una questione decisiva: la capacità di produrre, controllare e condividere le tecnologie da cui dipenderà la sicurezza dei prossimi decenni. Il perimetro geografico della Nato resta quello definito dal Trattato, la rete di cooperazioni politica e pratica che sostiene la sicurezza euro-atlantica, invece, si estende ormai ben oltre.
Abbiamo approfondito queste dinamiche nell’edizione di questa settimana di “Indo-Pacific Salad”. Per iscriversi, basta seguire il link.















